Una “scabrosa” antropologia musicale: Intervista a Bologna Violenta

La vita come “Dramma in XXIII atti sulla sorte del mondo e sul declino del genere umano”, esplorazione possibile di un provocatorio animale sociale ai confini di un “Nuovissimo Mondo”. Ne abbiamo parlato con Nicola Manzan, personalità musicale eclettica e atipica, solitario/a-solista Deus ex Machina del progetto Bologna Violenta.

RA: Chi è Bologna Violenta e chi è Nicola Manzan?

Nicola Manzan: Bologna Violenta è l’espressione più estrema e meno filtrata di quello che è Nicola Manzan. Se Nicola Manzan si deve comunque confrontare con la società, Bologna Violenta no. Bologna Violenta se ne frega e dice le cose belle e brutte, provocatorie, quelle cose che insomma quando sei in autogrill non puoi dire ha chi hai di fianco e che puzza; se sei invece Bologna Violenta gli dici: “Oh che puzza che fai, ma sei morto!” Questa è la grossa differenza; con Bologna Violenta mi permetto delle libertà che come Nicola Manzan non mi posso permettere assolutamente, altrimenti sarei un asociale e un reietto (ride, ndr).

RA: Meglio essere in ogni caso sé stessi…

N.M.: Sì, però se sono troppo Bologna Violenta passo da cafone e sbruffone; quando sei sul palco puoi anche farlo. Nell’ultimo anno ho preso molta più coscienza di quello che è Bologna Violenta e chi è Nicola Manzan. Mi sono reso conto che le due cose non sono così lontane; mi rendo anche conto però che la libertà artistica che ho con Bologna Violenta a me piace tenerla solo per il palco. Con Bologna Violenta mi permetto di dire le cose in faccia anche se nessuno vuole sapere cosa penso; con Nicola Manzan mi fai una domanda e ti rispondo.

RA:Come riesci a conciliare i due progetti: Teatro degli Orrori e Bologna Violenta? Rispecchiano forse le due diverse anime di Nicola Manzan alla Dr. Jekyll e Mr. Hyde?

N.M.: Questa cosa succedeva di più quando suonavo con i Baustelle, nel senso che coi Baustelle c’era un’immagine molto pop, molto mainstream, molto pulita. La fortuna invece di suonare col Teatro degli Orrori è che spesso diciamo le stesse cose, quindi non c’è questa grossa differenza. Adesso che sto facendo parecchie date di apertura come Bologna Violenta al Teatro degli Orrori mi sembra di fare non le stesse canzoni, ma di fare canzoni che parlano della stesa cosa. Io ho un pezzo che si chiama Un Paese pietoso, che dice che il paese dove la pietà supera i limiti della comune immaginazione è l’Italia, seguito da Stronzi, che sono due pezzi che vanno insieme. Col Teatro degli Orrori si parla di un’Italia dove la pietà umana lascia molto a desiderare, è una cosa molto di facciata e, prima del pezzo Teresa, Pierpaolo afferma che le donne partigiane hanno aiutato a rendere una democrazia a questo paese di merda; stiamo dicendo la stessa cosa. Il fatto di conciliare i due tour è una cosa molto complessa, perché comunque il Teatro degli Orrori è un gruppo molto importante che si sta giustamente ritagliando una fetta molto grossa di pubblico. È un gruppo che sta avendo notevole successo, che a me piace anche molto, soprattutto per le tematiche. Il Teatro degli Orrori è uno dei primi gruppi di cui conosco i testi, in cui ascolto i testi e dico: “cazzo, sì anch’io la penso così”.

RA: Diplomato in violino, violinista per i Clara Bow, collaboratore di numerosi gruppi indie, ora nel Teatro, passando per il noise-grind di Bologna Violenta. Come riesci a spaziare tra stili musicali così diversi?

N.M.: Inizialmente per me il violino era la musica classica e la chitarra elettrica o i synth, l’elettronica ecc., erano il rock, la musica moderna; ho tenuto sempre molto diviso quello che era il violino e la classica dal rock e la chitarra elettrica. A me non sono mai stati molto simpatici i violinisti rock; mi sembrava un po’ una forzatura, un po’ come dire: “non ce l’hai fatta a fare il musicista classico, perché non sei capace, e allora ti sei messo a fare rock perché è più semplice”. Poi a un certo punto mi sono trovato a fare il violinista rock, sapendo però che ho fatto anche musica classica per anni. Sono due mondi molto diversi, dei modi di esprimersi diversi, più a livello di sonorità che non magari di contenuti. Per scrivere i pezzi di Bologna Violenta ho usato la scala esafonica di Debussy e questo ti fa capire come i due mondi possono anche coincidere; mi piace sia la classica che il grind e li metto insieme. Non è stato per niente facile per me, però adesso sono molto felice di questo compromesso che ho trovato, tra il fare due minuti con la chitarra elettrica, bastonandola, e poi tirar su il violino e fare due minuti di melodia che fa venire i brividi. Secondo me questa è una grande conquista personale; è una cosa molto bella.

RA: Quando e come è nata in te l’urgenza emotiva di esprimerti da solista?

N.M.: È nata dopo anni di gregariato in varie band o anche nella stessa orchestra. Per anni ho rifiutato la figura del solista. Per me il solista è sempre stato, o il solista classico super invasato, che tutto il giorno non fa altro che suonare quelle due battute di Paganini finché non vengono alla perfezione, e io mi annoio molto a fare queste cose, o il chitarrista rock che all’interno di un pezzo di tre minuti e mezzo deve farsi venti minuti di seghe con la chitarra. Perché? Togliendo questo, si passa a Bologna Violenta che è stato praticamente un momento in cui ne avevo le scatole piene di tutte le dinamiche delle band in cui suonavo, in cui c’è il batterista che ha le emorroidi, il bassista che è gay, il chitarrista che deve farsi gli assoli, il cantante che non ha voce. Mi ero stancato di tutte queste cose; mi ero stancato di essere gregario e di non avere l’ultima parola su quello che stavo facendo. Poi è stato un caso; ho perso la band in cui avevo investito gli ultimi due anni di vita, a livello economico e di tempo, mangiandomi il fegato. Mi sono trovato solo è ho detto: “va bene, adesso faccio un disco come voglio io, dove magari il pezzo numero 13 del disco nn mi piace, però lo metto lo stesso perché lo decido io”. Poi il fatto di trovarsi sul palco da soli è una cosa diversa; gli occhi sono su di me per i 30 minuti che sono sul palco e, come avrai notato, quando faccio il pezzo, tira la boccia, appena dopo la parte col violino, faccio queste tre note della chitarra facendo una specie di assolo, però facendo vedere che non sono in grado di fare gli assoli; è una presa per il culo per chi fa gli assoli a tremila allora. La chitarra io la suono bene per quello che mi serve; è uno strumento. Io voglio dire una cosa e se devo studiare due ore per dire quella cosa, la studio, non è un problema certo, ma la mia vita non deve essere finalizzata ad essere quello che spicca nel branco, essere il solista. Mi sono trovato in mezzo e la cosa mi dà anche gusto stranamente (ride, ndr).

RA: Ora che sei impegnato col tour del Teatro, non pensi di togliere spazio al progetto Bologna Violenta e alla promozione del Nuovissimo Mondo?

N.M.: Questo sì, perché il Teatro mi impegna tantissimo; è un lavoro, per quanto piacevole, per quanto sia il lavoro che più amo fare, però è un lavoro. Non nasce da una necessità mia, il Teatro degli Orrori non è il gruppo in cui io credo, in cui io ho investito parte della mia vita. Questa è una grossa differenza rispetto a Bologna Violenta, anche se Bologna Violenta non mi dà da vivere. Tutto sommato per come stanno andando i concerti, per quanti dischi sto vendendo, devo dire che avevo sottovalutato il progetto. La cosa strana è che comunque io sono partito con un progetto estremo, di musica non commerciale, non commerciabile, non una cosa pop o ammiccante. È una cosa strana quella che sta succedendo adesso; già il fatto che io stia vendendo tantissime copie del mio disco, poi ai miei concerti ci sono sempre tante persone e poi vado a suonare con un gruppo come il Teatro degli Orrori, che non è un gruppo che dice delle cose piacevoli o ammiccanti. La gente ha quindi voglia di sentire qualcosa di diverso, qualcosa che magari è disturbante, ma che fa pensare. È inutile allora che io faccio il fighetto quando la realtà è una merda; parliamo della realtà che è una merda e parliamo di questa realtà in cui tutti ci vediamo.

RA: Non ti sembra un’antitesi paradossale parlare di nuovissimo mondo riproponendo il passato di un cinema anni ’60?

N.M.: La cosa che subito mi è saltata agli occhi guardando Mondo Cane è che le cose scioccanti di cui parlavano sono molto attuali. La cosa incredibile guardando quei film lì è che si stupivano delle stesse cose per cui ancora adesso diciamo: “ah oddio!”. Di Mondo movie ne hanno fatti dal ’62 all’88 e parlavano sempre delle stesse cose; erano sempre scioccanti, e se io domani facessi un Mondo movie parlando ancora più o meno di quelle cose lì, la gente ne rimarrebbe ancora scioccata. Secondo me è più una questione di come vengono dette le cose, che non dei contenuti in sé. Il punto è questa forzata e finta autenticità in cui siamo tutti obiettivi, in cui motiviamo le nostre idee, in cui tutto è assolutamente coerente, tutto assolutamente aperto. Questo far passare per scientifico, obiettivo o documentaristico, invece un pensiero di parte, non è vero in realtà. Io cerco di dire comunque le cose come stanno.

RA: Il mondo, quindi, non si evolve, ma semplicemente ripete sé stesso?

N.M.: Io credo un po’ nella ciclicità del mondo, come nelle mode. Nella musica ogni vent’anni si torna a riscoprire. Nel mondo c’è un po’ un ripetere degli schemi; è come se ci fosse un ritmo, oltre a rotazione ed evoluzione, che porta a determinate dinamiche all’interno del mondo stesso. Un’evoluzione c’è ovviamente, però le cose si ripropongono. Noi comunque siamo degli animali, non siamo esserei perfetti, l’evoluzione è lenta, magari molto capillare, ma anche lenta. C’è sempre quindi questa componente umana/animale che tende comunque a restare quello che era una volta. Noi sentiamo l’odore; una donna ci piace dall’odore, se ti piace o non ti piace può dipendere anche dall’odore; è una questione biologica, un po’ come i cani si annusano il culo (ride, ndr). C’è un andare avanti e un tornare indietro e ripartire sempre da questa cosa così arcaica e atavica.

RA:Nel tuo album, le suggestioni romantiche degli archi sono strumentali al cinismo e alla drammaticità del declino?

N.M.: Sì, perché il primo disco non aveva aveva archi, voleva essere proprio cinico e violento, solo pochi strumenti, suonati sempre in quel modo lì, con quel suono lì. Era una cosa un po’ fine a sé stessa; qui è un po’ andare anche a riprendere appunto quel discorso di prima, che comunque se tu senti un violino, ti ricorda la principessa Sissi….Baam Morte!. Sono molto funzionali; sono musicista e conosco questi linguaggi.

RA: La dolcezza, dunque, è violenta o soccombe?

N.M.: Mi vien da dire che è violenta, perché una vena di dolcezza c’è sempre. Anche se ti dò uno schiaffo, te lo posso dare odiandoti, dicendoti che mi fai schifo, però anche con una vena di dolcezza.

RA: Progetti futuri?

N.M.: Sto valutando il prossimo disco che sarà un ritorno alla città di Bologna; perché comunque vivo a Bologna, che è una città piccolina che comunque ha dato molto alla storia della violenza in Italia. Per essere così piccola, sono successe delle cose veramente incredibili e io sono molto appassionato di alcune delle storie che sono successe lì.

RA: Quali?

N.M.: La Uno Bianca, la strage alla stazione di Bologna, Bologna ’77, nell’anno del Punk, con i carri armati in via Zamboni e Piazza Verdi. Ce ne sono state di cose lì. Spero poi di fare tante date, di fare tanti concerti.

(pubblicato su www.rockaction.it)

Annunci

Bologna Violenta – Il Nuovissimo Mondo

Genere: Grind/ B-movie

Data uscita: 1/2010

Label: Bar La Muerte

Durata: 25 mins

Voto: 8.0/10

Dramma in XXIII atti sulla sorte del mondo e sul declino del genere umano

Epitaffio acustico, Mondo movie di frammenti e dissolvenze sonore incrociate, dove la macchina da presa suona riprendendo paradossali angolazioni animalesche dell’uomo; stacchi grindcore fuori campo di immagini sadiche, asportazioni soniche che presentano mutilazioni raccapriccianti, sette di voci over (Gianmarco Busetto, Emanuela Masia, Luca Nichetti e Antonio Gazzarre) votate alla brutalità dell’ascolto. Questa è la rappresentazione violenta e aggressiva del Nuovissimo Mondo mosso dai sanguinanti dettagli sonori di Nicola Manzan, alias Bologna Violenta.

Le inquadrature vengono filtrate da un lungo e agghiacciante piano-sequenza di venticinque minuti; sceneggiatura libera, canovaccio di classicismi debussiani e crudeli sferzate ritmiche, che mira a vivisezionare l’antropologia più inclemente e schietta del mondo moderno. L’umanità di ascoltatori prilla intorno a cut up schizoidi e pungenti di massacri, fobie, orrori, sangue e pornografia, intraprendendo un ruvido viaggio, che ha il sapore del declino.

La festa collettiva ha inizio con Il Nuovissimo Mondo e procede lungo 23 tappe, scene medio-brevi di un passato-presente-futuro, facendo sosta nel riposo acustico del violino di Blue Song (colonna sonora di Milano Trema dei fratelli De Angelis), sino a raggiungere l’epilogo con L’uomo:ultimo atto. Il cerimoniale sadico è stato compiuto; la morte non è più al di là da venire.

Album da divorare e ingurgitare, cinicamente ironico e scabroso, maniacale e cannibale, in un mondo pervaso da realtà sardonicamente e dolcemente crude e violente. Un “Mondo Cane” musicale dai toni assurdi e veritieri; acuto shock personale, vuoto di ogni pregiudizio e voracemente immerso nell’immane manicomio della vita.

(pubblicato su www.rockaction.it)