The Afghan Whigs – In Spades

«Questo non è un disco tematico, ma segue un filo conduttore. Parla di come la memoria finisca per confondersi con il presente molto rapidamente» – Greg Dulli

Sono le stanze della memoria, quelle che custodiscono l’oggi penetrandolo inesorabilmente – con l’uscio aperto verso un passato musicale e di vita – ad arredare l’ultimo album degli Afghan WhigsIn Spades. L’inafferrabilità del ricordo, velato e sfuggente, scava dunque tra i riflessi alterati dell’anima per restituire un disco che trasfigura in musica l’introspezione fugace e caotica dell’esistenza.

In Spades, scritto e prodotto da Greg Dulli e registrato tra New Orleans, Los Angeles, Memphis e Joshua Tree , conserva lo spirito autentico della band, quello tormentato, dolente e in parte irriverente, che dondola tra i solchi di Black Love, 1965 e Gentlemen, giocando coi fantasmi sonori à la Twilight Singers.

Il risultato è un album fatto di suggestioni ritmiche oscuramente introspettive, che mescolano la Black Music e il Soul d’annata con un rock puro e graffiante: stratificazioni di chitarre, pianoforti, archi, fiati, tastiere e scintille di suoni sintetici.

La contemporaneità degli Afghan Whigs di In Spades, inseguita dai simulacri del passato, conduce l’ascoltatore a perlustrare percorsi interiori mai sopiti, nel tentativo di scacciare quei demoni che si insediano nella mente. Una commistione di visioni profane e allucinazioni mistico-esoteriche che permeano l’intero disco; partendo dall’artwork fino ai testi, proprio come nel brano “Demon In Profile” che recita:

You say
you’re ready
If I’m an animal
Let’s get a room real soon
We’ll call it supernatural

Allegorie, atmosfere opache e decadenti, pulsioni erotiche e sofferenze noir scorrono nel flusso di coscienza del disco, manifestando una minor urgenza rispetto alla furiosa disperazione degli esordi pur mantenendo intatto un certo magnetismo.

Arrangiamenti sghembi e archi fanno capolino nell’opener “Birdland”, per poi cedere il passo alle lesioni ritmiche di “Arabian Heights” e alle morbide rovine sonore di “Toy Automatic” e “Oriole”. “Copernicus” è sorretta da ritmi incalzanti e da riff che sfiorano l’Heavy, mentre “Into The Floor” esplode infine con struggente forza.

Un disco diretto, elegante e vero, che non rappresenta solamente la reminiscenza di un passato uguale a se stesso, ma storia viva nel caos dei ricordi, carica di piacere, declino e paura. È la fragilità della vita che apre la sua porta nera su un universo interiore mutevole e in continuo divenire.

(pubblicato su www.rocklab.it)

Mòn – Zama

C’è una leggerezza elegante e fresca, un tocco dolce che si posa sulle note di Zama, esordio dei Mòn. Parafrasando il titolo, il disco è come una sorta di guerra punica combattuta a colpi di introspezione e delicatezza, intimismo e malinconia, un viaggio verso l’interiorità del suono e dell’Io, trasfigurato attraverso un pregiato caleidoscopio ritmico dal sapore tutto internazionale e dal songwriting accattivante.

Una sperimentazione, la loro, che abbraccia le visioni di Alt-j e The XX, le suggestioni di Sigur Rós, Efterklang e Mùm, i mondi di un certo post-rock nordico e glaciale a costruzioni sonore più marcatamente colorate e dal piglio personale. Indie-folk raffinato dunque amalgamato a un’elettronica sofisticata, mentre seducenti intrecci vocali sembrano fluttuare tra synth e anime analogiche.

Trame melodiche più morbide duellano con più grintosi episodi elettrici, tra echi evanescenti che conducono l’ascoltatore verso lande lontane, impalpabili (Lungs, Alma) e allucinazioni corali e danzanti (The Flock, Forest Of Cigarettes). Ci sono poi le ballate silenti e soffuse (Indigo, Fragments, Mutter NachtFluorescence, That Melts Into Spring). Chiude il viaggio l’energia multiforme à la Akron/Family di To Marianne.

Un esordio interessante che splende per personalità e scrittura, un album variegato e prezioso pregno di suggestioni, vagando tra universi paralleli.

(pubblicato su www.xtm.it)

Mark Lanegan Band – Gargoyle

 

 

Si percepisce una sensazione di déja vu in Gargoyle, ultima fatica di Mark Lanegan. Nel disco aleggia infattti l’aura del già vissuto, l’alone dark che si amalgama a un’armonia stilistica votata all’elettronica e al Kraut. Più oscuro dei suoi predecessori, Gargoyle segue una linea compositiva dagli echi New Wave, impastata di sintetizzatori.

La visione “gotica” del disco è evidente: a partire dall’artwork stilizzato, passando per il titolo onomatopeico, fino ad arrivare a un songwriting didascalico nel brano “Blue Blue Sea” – “Gargoyle perched on gothic spire”.

Un immaginario costruito su scenari dalle tinte fosche dunque, che vede anche le collaborazioni di Josh Homme, Greg Dullie Duke Garwood e che non disdegna incursioni nel rock più limpidamente classico.

Serpeggiano – segnatamente in “Death’s Head Tattoo” e “Nocturne” – gli spiriti luciferini di Screaming Trees e Guitter Twins, mentre sinistre presenze di tastiera ed elettronica fanno capolino da Blue “Blue Sea”. In un saliscendi emozionale, che mescola Paradiso e Inferno, il buio avvolge “Sister” per poi illuminare la più cristallina “Emperor” e le morbide ballad “Goodbye to Beauty” e “First Day Of Winter”. L’ultimo “canto del cigno”, che si muove tra tetre ambientazioni Eighties, è infine affidato al brano “Old Swan”.

Gargoyle è un album che conserva il taglio formale ben definito di Lanegan e il mestiere di chi punta a valorizzare le proprie e imprescindibili qualità vocali e di interprete, forse un po’ a discapito dell’aspetto più propiamente autoriale. Un disco che si muove tra albori e tenebre, metà demone e metà angelo.

(pubblicato su www.rocklab.it)

Diamanda Galàs – All The Way / At Saint Thomas The Apostle Harlem

“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.”
Cesare Pavese

Dopo anni di stasi ritornano le cupe allucinazioni sonore di Diamanda Galàs; si plasmano tra i tormenti e le redenzioni del suo passato per dare forma a un futuro fatto di dipartite elegiache che comprende due radiografie di una stessa anima: All The Way At Saint Thomas The Apostle Harlem.

La Serpenta continua a cantare, intraprendendo la strada nota e tortuosa di sempre: quella fatta di sperimentazione, di ricerca vocale, di uso e manipolazione della vocalità stessa come prolungamento delle più amene profondità interiori ed emblematico riflesso di un’arte pura e totale.

Seguendo un tracciato forse meno “avanguardistico” rispetto ai suoi precedenti lavori, meno Dark di This Sporting Life, meno demoniaco delle sue origini e di The Litanies Of Satan, ma più vicino alle personali e nere reinterpretazioni diGuilty Guilty Guilty, questi due album conservano con forza l’ampia e catartica visione musicale della loro oscura genitrice, mentre gli accenti vocali continuano a produrre graffi indelebili tra i solchi delle partiture pianistiche.

All The Way è uno scrigno colmo di intime divagazioni su standard Jazz e Blues, mentre At Saint Thomas The Apostle Harlem è tratto da un’esibizione del 2016 nella celebre chiesa di Harlem a New York. Il primo album parafrasa la memoria sonora all’interno di un labirinto di strutture ritmiche e vocali che si fanno ora raffinate con “Pardon Me I’ve Got Someone To Kill” ora parossisticamente graffianti con “The Thrill Is Gone”, culminando nell’inferno di “O’ Death”, nell’apice di un incubo stupendo.

AtSaintThomastheApostleHarlem_COVER

Il secondo disco, che vive dei riverberi e della solenne resa live, custodisce, tra gli altri, le parole di tre poeti: Cesare Pavese di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Ferdinand Freiligrath e Gérard de Nerval, in un vortice di lirismo poetico fuso alla drammaticità sonora.

Due lavori che non sono forse da considerarsi come dischi cardine della discografia a firma Diamanda Galàs, ma sanno comunque custodire segreti sonori e libertà compositive ugualmente affascinanti. Resta la potente carica espressiva e la forza interpretativa di un’artista che, anche nei toni minori della sua vita musicale, stupisce per empatia e per la capacità di scolpire nuova vita su qualsivoglia contesto sonoro. Diamanda Galàs traghetta l’ascoltatore tra morte e tradizione, all’interno di un nero universo semantico che si apre alla vulnerabilità più abissale dell’animo umano trasfigurato in parole e musica.

(pubblicato su www.rocklab.it)

The Brian Jonestown Massacre – Don’t Get Lost

A pochi mesi da Third World Pyramid tornano i The Brian Jonestown Massacre con Don’t Get Lost: un album velato di oscurità e misticismo moderno. Rispetto al precedente disco, siamo infatti al cospetto di un disco Pysch Rock che attraversa idealmente epoche differenti, affondando i suoi sogni psicotropi su movenze Dark, dagli echi Shoegaze e New Wave, ed esplorando altresì sonorità vintage, elettronica e trance ritmiche siderali.

All’interno di un flusso di suoni che abbraccia stili e sperimentazioni differenti, il disco vaga tra psichedeliche allucinazioni e acide visioni kraut-cosmiche che si affacciano su uno sporco universo industriale. Loop, torvi giri di basso, tastiere magnetiche e circolari, synth ipnotici e chitarre sghembe su un magma di distorsioni, ora tribali ora più propriamente elettroniche, fanno da scenario a questo album dall’animo notturno e sperimentale.

Ad arricchire il tutto, oltre ai componenti della band (Anton Newcombe, Ricky Maymi, Dan Allaire, Collin Hegna e Ryan Van Kriedt), Don’t Get Lost vede la partecipazione della norvegese Emil Nikolaisen (Serena-Maneesh), di Pete Fraser (The Pogues, New Young Pony Club), di Tim Burgess (Charlatans), Tess Parks e Shaun Rivers.

Le alterazioni sonore di “Open Minds Now Close” creano il primo varco mentale (e temporale) sull’universo del disco, che poi apre le sue porte alle influenze Dub / Trip Hop di “Melodys Actual Echo Chamber”. Il minimalismo avvolge “Charmed I’m Sure”, la forza più prepotentemente metallica e ruvida fa capolino in “Throbbing Gristle” e l’acidità più torbida contamina “Ufo Paycheck”. Non lasciano infine indifferenti le spruzzate jazzy di “Geldenes Herz Menz” e i mantra contemporanei di “Ich Bin Klang”.

Don’t Get Lost è un chip d’avanguardia dal cuore tradizionale, un caleidoscopio di profondità sonore, un intenso viaggio nel subconscio più oscuro e deflagrante del suono.

(pubblicato su www.rocklab.it)

Tartage – My Personal Thoughts

Tartage

My Personal Thoughts

2017

Qanat records / Goodfellas / Tune Core

My personal Thoughts, esordio da solista del compositore, musicista e producer palermitano Lucio Giacalone, in arte Tartage, è uno stream of consciousness riletto in chiave elettronica che affronta, tra beat e armonie melodiche, le distanze e i legami tra gli individui e la società, all’interno di una dimensione sonora dai risvolti onirici.

Dopo aver militato, in veste di bassista, in numerosi progetti (Mezz Gacano, Out for a Walk e Chip’s, tra gli altri), Giacalone si affida così ad anime più propriamente digitali, rivisitando in chiave electro-glitch atmosfere personali e universali al contempo.

Non disdegnando certe profondità pop, il disco si snoda tra astrazioni minimal e ritmiche geometriche, loop e stratificazioni vocali, riverberi ed echi sonori, intimismo e melodie quadrate, in bilico tra futuro e divagazioni anni Novanta.

In questo mare sintetico, a pennellare il disco di altre sfumature e ad affiancare Tartage nel progetto ci sono: il cantautore torinese Johnny Fishborn, il cantante berlinese Haas, e Alessandro Lupo, anche producer/sound engineer dell’intero album.

In balia di quiete e oscurità, fa capolini la voce sussurrata di Haas, immersa nel synth pop di Bloodline, e ancora l’oceano glitch di Mashintosh, scritta a quattro mani con Alessandro Lupo. La voce dalla pasta soul di Johnny Fishborn fa da contrappunto alle scenografie minimal di Empteen. No science è una landa di suoni cinematici e metallici, mentre decostruzioni rimiche puntellano Iris Love. A chiudere il cerchio sintetico ci pensano le “paranoie” evanescenti di The Other Life.

My Personal Thoughts è in definitiva un buon esordio, pulito e diretto, forte di una profondità contenutistica ben amalgamata nell’infinito universo della sperimentazione elettronica.

(pubblicato su www.xtm.it)