In Zaire – Visions of The Age to Come

Ci sono dei dischi che più di altri riescono in un certo senso ad aprire una parete inconscia tra l’ascoltatore e la fruizione, album in grado di svelare visioni nuove. Visions of The Age to Come, la nuova creatura degli In Zaire, tra gli esponenti di spicco del nostrano “girone infernale” dell’Italian Occult Psychedelia, attiva queste percezioni.

L’album sembra infatti evocare, a partire dall’artwork, la famosa Pietra di Bollingen di Jung, datata 1950, ma scolpita in calce psych, svelando, all’interno del suo cosmo sonoro dall’impasto “junghiano”, la mente e l’inconscio, l’esoterico e l’esotico.

Passati ormai quattro anni dal precedente White Sun Black Sun, la nuova era degli italo-berlinesi In Zaire, Claudio Rocchettiai synth, Stefano Pilia alla chitarra, Riccardo Biondetti alla batteria e Alessandro De Zan alla voce, basso e percussioni, sa di occulto hard-rock dall’attitudine Seventies e di mistero kraut. È un’alba che, rispetto al suo predecessore, si fa più oscura avvicinandosi ad allucinazioni metal.

Libere associazioni ritmiche lambiscono la psichedelia bagnata di prog ed elettronica, facendosi ora tribali, ora rarefatte, quasi impenetrabili nei labirinti sonori impastati di trame cosmiche e monolitiche strutture space-rock. È un’Africa contaminata questa di Visions of The Age to Come, meno afro e più postmoderna. È un abisso di suoni che penetra il passato per risalire verso un ignoto futuro.

Un caleidoscopio lisergico di riff incisivi e loop decadenti, battiti motorik e rituali spaziali, distorsione e sperimentazione. È una loggia sonica, in cui Hawkwind, Neu! e Sun Ra siedono a tavolino con Can, Gong, Amon Düül II, Gang Of Four e Uriah Heep, e che modella un suono nuovo e contemporaneo, pur conservando la propria anima atavica, ricca di sfumature melodiche.

In definitiva, parliamo di un disco maturo, compatto ed egregiamente realizzato, in cui gli In Zaire celebrano enigmi antropologici e cerimoniali occulti attraverso la trascendenza dei suoni, costruendo immagini primordiali e archetipi capaci di smuovere la psiche.

(pubblicato su www.rocklab.it )
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Filthy Friends – Invitation

Oggi i supergruppi sono ormai un fenomeno rodato della cultura musicale che continua a proliferare a macchia di leopardo su tutto il globo terrestre.

La colpa o il merito, a seconda di come la si vuole vedere, di questa ondata sonica è da scovare lontano, quando Eric Clapton, che “divorziò” artisticamente da John Mayall e i Bluesbreakers, incontrò Jack Bruce e Ginger Baker della Graham Bond Organization, fondando i Cream. Furono loro forse il primo supergruppo della storia del rock al quale seguirono Crosby, Stills, Nash & Young e tantissimi altri.

I nuovi arrivati, nemmeno tanto visto che il progetto nasce cinque anni fa come come tributo a David Bowie, sono i Filthy Friends. Il supergruppo in questione nasce dalle menti e dall’incontro tra Peter Buck (R.E.M., Minus 5) e Corin Tucker(Sleater-Kinney) e raccoglie tra le sue file anche Kurt Bloch (Fastbacks, Young Fresh Fellows, Minus 5), Scott McCaughey (Minus 5, Young Fresh Fellows, R.E.M.) e Bill Riflin (King Crimson, Ministry, R.E.M).

Buck ha dichiarato che aveva in mente di fondare un gruppo assieme alla Tucker fin dalla prima volta che la vide esibirsi dal vivo con le Sleater-Kinney, nel 1997 e così è stato. Il loro disco d’esordio Invitation, uscito da poco per la Kill Rock Stars, evidenzia una grande attitudine garage-punk, posta su strutture in bilico tra power pop e rielaborazioni rock and roll.

Non siamo al cospetto nè dei R.E.M. e nemmeno delle Sleater-Kinney, ma l’imprinting musicale della coppia Buck-Tucker riesce a crea allucinazioni sonore degne di nota, tra ballate più rotonde e brani decisamente più muscolari e rocciosi.

“Your power’s peaked Adios, senador

I have come to get the keys

I waited and I watched and I lived my life in peace

You ruled you made decisions without thinking of our needs

You and all your friends feasted while we fought to make ends meet

Now the country’s changing see the difference on every street”

E se “Despierta” (brano già contenuto nell’iniziativa “30 Days, 30 Songs”) incoraggia il risveglio dall’autoritarismo dell’attuale amministrazione Trump – con una Tuckerche sembra aver ereditato lo slancio della prima Patti Smith –, l’album si consolida anche grazie alle collaborazioni di artisti del calibro di Krist Novoselic, (“Brother e Makers“).

Tra ritmi serrati e sudore, senza disdegnare delicatezze melodiche, il disco scorre veloce. Idea di supergruppo a parte, Invitation è un prodotto onesto e sincero, elaborato con classe, che vive anche dell’entusiasmo e della passione dei suoi stessi protagonisti: con una occhio rivolto al passato e uno al futuro.

(pubblicato su www.rocklab.it)

Clark – Death Peak  

Clark

Death Peak  

2017  

Warp Records

Dopo le derive cinematografiche e cupe del 2016, con la colonna sonora della serie The Last Panther, torna Clark con l’album Death Peak, il nono su Warp Records.

Il disco custodisce visioni post-industriali e post-apocalittiche, cosmiche e minimali, cinematiche e filmiche, suggestive ed eteree, per un lavoro dall’anima cibernetica, nel quale le textures ritmiche si mescolano tra loro creando soluzioni sonore sempre differenti, spiriti armonici non-lineari in continuo mutamento.

Death Peak fluttua infatti tra i synth evolvendosi traccia dopo traccia, trasformandosi repentinamente per non essere mai uguale a se stesso. La novità dell’album, e dell’eclettica produzione musicale di Clark, è poi sicuramente l’introduzione di trame vocali, ultraterrene e scomposte, veri e propri strumenti nel mare sintetico dei suoni.

Gli spettri sibillini di Spring But Dark fanno da apripista al disco per poi volare sull’IDM high-tech di Butterfly Prowler. Il sogno elettronico di Peak Magnetic deflagra sulle contorsioni rituali di Hoova, mentre androidi reiterazioni strappano le molecole digitali di Slap Drones. Il “classico” destrutturato fa capolino in Affermath e un’intensa malinconia, quasi aliena, pervade Catastrophe Anthem e Living Fantasy. Chiudono gli incubi minacciosi e distorti di Un U.K.

Death Peak è in definitiva un bel lavoro, strutturalmente complesso, che esplora i pensieri e le emozioni del suo stesso creatore attraverso una produzione notevole e una innegabile coerenza stilistica. Un disco che scava nelle origini del suono per avviare il suo processo di mutazione nel risveglio elettronico; un flusso digitale, nel dialogo tra uomo e macchina, che ben riflette l’equilibrio del caos tra vita e morte.

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Michael Gira – Drainland

Cercare una via d’uscita alla fine di un tunnel claustrofobico; scacciare le insidie più profonde e oscure della vita: è questo in sostanza il sentimento che pervade, a partire dall’artwork, “Drainland, l’esordio solista di Michael Gira datato 1995 e da poco ristampato e rimasterizzato da Doug Henderson a Berlino, via Young God Records/Mute, assieme a The Great Annihilator degli Swans.

Il buco nero che in “The Great Annihilator apparteneva alla Via Lattea, inDrainland” rappresenta un vuoto interiore ed emotivo, un’accorata riflessione sull’esistenza umana, un riflesso della personalità dello stesso Gira e della fragilità dipendente da droghe e alcool.

Gira, che si è sempre detto insoddisfatto del master originale dell’album, di quelle registrazioni semi-casalinghe nate assieme alle collaborazioni di Bill Rieflin e di Jarboe, fa rivivere così sensazioni ed emozioni di grande impatto e sincerità con una ritrovata freschezza e pulizia del suono.

Musicalmente più scarno e “posato” degli album a firma SwansDrainland ha dalla sua la forza oscura delle parole che si fanno largo tra i sintetizzatori, gli effetti sonori fuori campo, le chitarre ipnotiche e le ampie distese acustiche.

Si viene così risucchiati da una sorta di negatività immersiva, all”interno di atmosfere dilaniate in un gioco fatto di contrasti sonori, mentre Gira recita la sua agonia nascosta fatta di abusi a partire dalla solenne marcia cadenzata di “You See Through Me”.

La componente acustica, velata da una torva oscurità, ammanta la nenia funebre “Where Does Your Body Begin”, mentre una violenza industrial accompagna “I See Them All Lined Up” e “Low Life Form”. Un po’ cantautore e un po’ sperimentatore, Gira apre il suo universo di pensieri tra le tetre visioni meditative di “Unreal” e le allucinazioni psicotiche e criminali di “Fan Letter”. Chiude l’opera “Blind”, bella ballad decadente che era stata scartata dal disco “White Light From The Mouth Of Infinity”  (1991) degli Swans.

Drainland è il disco in cui, forse più di altri, Gira si mette a nudo, scavando tra i suoi fantasmi interiori, alla ricerca di se stesso e di una qualche redenzione. Il corpo è il riflesso amaro e irrisolto della sua anima – What does a body mean? recita un suo verso – specchio di un’interiorità che anela un significato più ampio, una liberazione lontana e ancora irraggiungibile.

Pubblicato su www.rocklab.it

 

Arca – Arca

È una mutazione di pelle e di intenti quella di Alejandro Ghersi, in arte Arca. È una trasformazione consapevole che dalle destrutturazioni rumoriste di “Mutant” approda ad un’elettronica dal taglio minimale, intimista ed emotiva.

Nel suo ultimo disco Arca rivela infatti la sua vera natura, si mette a nudo per condurre l’ascoltatore all’interno del suo malinconico abisso interiore. Il caos cede il passo a un assetto sonoro più morbido, ma che cela nei contenuti debolezze intrinseche e pungenti ossessioni da esperire.

In questo sogno/incubo è la voce di Arca, fredda e catartica, quasi lirica, che, in spagnolo, cesella lividi sull’esistenza e sui suoni, marchi indelebili più umani e meno alieni rispetto al passato, mentre le distorsioni si fondono con la forma canzone.

Un universo interiore, il suo, fatto di ricordi, emozioni e sofferenze dunque che sfiora fragili inquietudini (Piel), lirismo malinconico (Anoche), oscuri tappeti strumentali (Saunter, Urchin, Castration, Whip, Child), nenie solenni (Sin Rumbo, Coraje), illusioni (Fugaces) e delicatezze minimaliste (Miel).

Un disco dalla doppia anima, bambina e adulta, che è trasfigurazione perfetta delle percezioni personali e più profonde del suo stesso creatore; un album che con raffinatezza androgina lascia il segno come le ferite che esso custodisce.

(pubblicato su www.xtm.it)

The Afghan Whigs – In Spades

«Questo non è un disco tematico, ma segue un filo conduttore. Parla di come la memoria finisca per confondersi con il presente molto rapidamente» – Greg Dulli

Sono le stanze della memoria, quelle che custodiscono l’oggi penetrandolo inesorabilmente – con l’uscio aperto verso un passato musicale e di vita – ad arredare l’ultimo album degli Afghan WhigsIn Spades. L’inafferrabilità del ricordo, velato e sfuggente, scava dunque tra i riflessi alterati dell’anima per restituire un disco che trasfigura in musica l’introspezione fugace e caotica dell’esistenza.

In Spades, scritto e prodotto da Greg Dulli e registrato tra New Orleans, Los Angeles, Memphis e Joshua Tree , conserva lo spirito autentico della band, quello tormentato, dolente e in parte irriverente, che dondola tra i solchi di Black Love, 1965 e Gentlemen, giocando coi fantasmi sonori à la Twilight Singers.

Il risultato è un album fatto di suggestioni ritmiche oscuramente introspettive, che mescolano la Black Music e il Soul d’annata con un rock puro e graffiante: stratificazioni di chitarre, pianoforti, archi, fiati, tastiere e scintille di suoni sintetici.

La contemporaneità degli Afghan Whigs di In Spades, inseguita dai simulacri del passato, conduce l’ascoltatore a perlustrare percorsi interiori mai sopiti, nel tentativo di scacciare quei demoni che si insediano nella mente. Una commistione di visioni profane e allucinazioni mistico-esoteriche che permeano l’intero disco; partendo dall’artwork fino ai testi, proprio come nel brano “Demon In Profile” che recita:

You say
you’re ready
If I’m an animal
Let’s get a room real soon
We’ll call it supernatural

Allegorie, atmosfere opache e decadenti, pulsioni erotiche e sofferenze noir scorrono nel flusso di coscienza del disco, manifestando una minor urgenza rispetto alla furiosa disperazione degli esordi pur mantenendo intatto un certo magnetismo.

Arrangiamenti sghembi e archi fanno capolino nell’opener “Birdland”, per poi cedere il passo alle lesioni ritmiche di “Arabian Heights” e alle morbide rovine sonore di “Toy Automatic” e “Oriole”. “Copernicus” è sorretta da ritmi incalzanti e da riff che sfiorano l’Heavy, mentre “Into The Floor” esplode infine con struggente forza.

Un disco diretto, elegante e vero, che non rappresenta solamente la reminiscenza di un passato uguale a se stesso, ma storia viva nel caos dei ricordi, carica di piacere, declino e paura. È la fragilità della vita che apre la sua porta nera su un universo interiore mutevole e in continuo divenire.

(pubblicato su www.rocklab.it)

Mòn – Zama

C’è una leggerezza elegante e fresca, un tocco dolce che si posa sulle note di Zama, esordio dei Mòn. Parafrasando il titolo, il disco è come una sorta di guerra punica combattuta a colpi di introspezione e delicatezza, intimismo e malinconia, un viaggio verso l’interiorità del suono e dell’Io, trasfigurato attraverso un pregiato caleidoscopio ritmico dal sapore tutto internazionale e dal songwriting accattivante.

Una sperimentazione, la loro, che abbraccia le visioni di Alt-j e The XX, le suggestioni di Sigur Rós, Efterklang e Mùm, i mondi di un certo post-rock nordico e glaciale a costruzioni sonore più marcatamente colorate e dal piglio personale. Indie-folk raffinato dunque amalgamato a un’elettronica sofisticata, mentre seducenti intrecci vocali sembrano fluttuare tra synth e anime analogiche.

Trame melodiche più morbide duellano con più grintosi episodi elettrici, tra echi evanescenti che conducono l’ascoltatore verso lande lontane, impalpabili (Lungs, Alma) e allucinazioni corali e danzanti (The Flock, Forest Of Cigarettes). Ci sono poi le ballate silenti e soffuse (Indigo, Fragments, Mutter NachtFluorescence, That Melts Into Spring). Chiude il viaggio l’energia multiforme à la Akron/Family di To Marianne.

Un esordio interessante che splende per personalità e scrittura, un album variegato e prezioso pregno di suggestioni, vagando tra universi paralleli.

(pubblicato su www.xtm.it)

Mark Lanegan Band – Gargoyle

 

 

Si percepisce una sensazione di déja vu in Gargoyle, ultima fatica di Mark Lanegan. Nel disco aleggia infattti l’aura del già vissuto, l’alone dark che si amalgama a un’armonia stilistica votata all’elettronica e al Kraut. Più oscuro dei suoi predecessori, Gargoyle segue una linea compositiva dagli echi New Wave, impastata di sintetizzatori.

La visione “gotica” del disco è evidente: a partire dall’artwork stilizzato, passando per il titolo onomatopeico, fino ad arrivare a un songwriting didascalico nel brano “Blue Blue Sea” – “Gargoyle perched on gothic spire”.

Un immaginario costruito su scenari dalle tinte fosche dunque, che vede anche le collaborazioni di Josh Homme, Greg Dullie Duke Garwood e che non disdegna incursioni nel rock più limpidamente classico.

Serpeggiano – segnatamente in “Death’s Head Tattoo” e “Nocturne” – gli spiriti luciferini di Screaming Trees e Guitter Twins, mentre sinistre presenze di tastiera ed elettronica fanno capolino da Blue “Blue Sea”. In un saliscendi emozionale, che mescola Paradiso e Inferno, il buio avvolge “Sister” per poi illuminare la più cristallina “Emperor” e le morbide ballad “Goodbye to Beauty” e “First Day Of Winter”. L’ultimo “canto del cigno”, che si muove tra tetre ambientazioni Eighties, è infine affidato al brano “Old Swan”.

Gargoyle è un album che conserva il taglio formale ben definito di Lanegan e il mestiere di chi punta a valorizzare le proprie e imprescindibili qualità vocali e di interprete, forse un po’ a discapito dell’aspetto più propiamente autoriale. Un disco che si muove tra albori e tenebre, metà demone e metà angelo.

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Diamanda Galàs – All The Way / At Saint Thomas The Apostle Harlem

“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.”
Cesare Pavese

Dopo anni di stasi ritornano le cupe allucinazioni sonore di Diamanda Galàs; si plasmano tra i tormenti e le redenzioni del suo passato per dare forma a un futuro fatto di dipartite elegiache che comprende due radiografie di una stessa anima: All The Way At Saint Thomas The Apostle Harlem.

La Serpenta continua a cantare, intraprendendo la strada nota e tortuosa di sempre: quella fatta di sperimentazione, di ricerca vocale, di uso e manipolazione della vocalità stessa come prolungamento delle più amene profondità interiori ed emblematico riflesso di un’arte pura e totale.

Seguendo un tracciato forse meno “avanguardistico” rispetto ai suoi precedenti lavori, meno Dark di This Sporting Life, meno demoniaco delle sue origini e di The Litanies Of Satan, ma più vicino alle personali e nere reinterpretazioni diGuilty Guilty Guilty, questi due album conservano con forza l’ampia e catartica visione musicale della loro oscura genitrice, mentre gli accenti vocali continuano a produrre graffi indelebili tra i solchi delle partiture pianistiche.

All The Way è uno scrigno colmo di intime divagazioni su standard Jazz e Blues, mentre At Saint Thomas The Apostle Harlem è tratto da un’esibizione del 2016 nella celebre chiesa di Harlem a New York. Il primo album parafrasa la memoria sonora all’interno di un labirinto di strutture ritmiche e vocali che si fanno ora raffinate con “Pardon Me I’ve Got Someone To Kill” ora parossisticamente graffianti con “The Thrill Is Gone”, culminando nell’inferno di “O’ Death”, nell’apice di un incubo stupendo.

AtSaintThomastheApostleHarlem_COVER

Il secondo disco, che vive dei riverberi e della solenne resa live, custodisce, tra gli altri, le parole di tre poeti: Cesare Pavese di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Ferdinand Freiligrath e Gérard de Nerval, in un vortice di lirismo poetico fuso alla drammaticità sonora.

Due lavori che non sono forse da considerarsi come dischi cardine della discografia a firma Diamanda Galàs, ma sanno comunque custodire segreti sonori e libertà compositive ugualmente affascinanti. Resta la potente carica espressiva e la forza interpretativa di un’artista che, anche nei toni minori della sua vita musicale, stupisce per empatia e per la capacità di scolpire nuova vita su qualsivoglia contesto sonoro. Diamanda Galàs traghetta l’ascoltatore tra morte e tradizione, all’interno di un nero universo semantico che si apre alla vulnerabilità più abissale dell’animo umano trasfigurato in parole e musica.

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The Brian Jonestown Massacre – Don’t Get Lost

A pochi mesi da Third World Pyramid tornano i The Brian Jonestown Massacre con Don’t Get Lost: un album velato di oscurità e misticismo moderno. Rispetto al precedente disco, siamo infatti al cospetto di un disco Pysch Rock che attraversa idealmente epoche differenti, affondando i suoi sogni psicotropi su movenze Dark, dagli echi Shoegaze e New Wave, ed esplorando altresì sonorità vintage, elettronica e trance ritmiche siderali.

All’interno di un flusso di suoni che abbraccia stili e sperimentazioni differenti, il disco vaga tra psichedeliche allucinazioni e acide visioni kraut-cosmiche che si affacciano su uno sporco universo industriale. Loop, torvi giri di basso, tastiere magnetiche e circolari, synth ipnotici e chitarre sghembe su un magma di distorsioni, ora tribali ora più propriamente elettroniche, fanno da scenario a questo album dall’animo notturno e sperimentale.

Ad arricchire il tutto, oltre ai componenti della band (Anton Newcombe, Ricky Maymi, Dan Allaire, Collin Hegna e Ryan Van Kriedt), Don’t Get Lost vede la partecipazione della norvegese Emil Nikolaisen (Serena-Maneesh), di Pete Fraser (The Pogues, New Young Pony Club), di Tim Burgess (Charlatans), Tess Parks e Shaun Rivers.

Le alterazioni sonore di “Open Minds Now Close” creano il primo varco mentale (e temporale) sull’universo del disco, che poi apre le sue porte alle influenze Dub / Trip Hop di “Melodys Actual Echo Chamber”. Il minimalismo avvolge “Charmed I’m Sure”, la forza più prepotentemente metallica e ruvida fa capolino in “Throbbing Gristle” e l’acidità più torbida contamina “Ufo Paycheck”. Non lasciano infine indifferenti le spruzzate jazzy di “Geldenes Herz Menz” e i mantra contemporanei di “Ich Bin Klang”.

Don’t Get Lost è un chip d’avanguardia dal cuore tradizionale, un caleidoscopio di profondità sonore, un intenso viaggio nel subconscio più oscuro e deflagrante del suono.

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