Eels -The Deconstruction

eels.jpg

Eels

The Deconstruction 

2018 

E Works Records

“The reconstruction will begin.
Only when there’s nothing left”

Distruggere per ricostruire. Lo sa bene Mark Oliver Everett (aka Mr. E) che, sin dagli esordi, muove i suoi intenti facendo nascere germogli di musica dalle perdite e dai dolori della sua vita. Un personale percorso di autoanalisi il suo che da sempre ha attraversato tutta la produzione degli Eels. The Deconstruction esce a quattro anni di distanza dal precedente The Cautionary Tales of Mark Oliver Everett e custodisce al suo interno una riflessione dolce/amara sull’uomo – e su se stesso -, una visione introspettiva velata da un timido ottimismo nascosto tra i testi e sorretto da un sound, eclettico e tipicamente eelsiano, che alterna malinconiche ballate a melodie leggere.

L’autocritica oscura e severa degli inizi, lascia così il posto a un filosofico realismo, a una sorta di accettazione del reale che, flebile e mesto, guarda al futuro con meno incertezza, sognando il cambiamento e un destino migliore. Il cantautorato di Mr. E, puntellato dalla sua inconfondibile timbrica vocale roca e pastosa, abbraccia in primis la liricità delle chitarre arpeggiate, degli archi, dei fiati e dei cori, senza però disdegnare una sezione ritmica più corposa in momenti più acidi e campionati. Alla scrittura e all’ esecuzione dell’album troviamo anche Koool G Murder (co-autore), P-Boo e la The Deconstruction Orchestra & Choir. Mickey Petralia torna alla co-produzione, dopo l’esperienza di Electro-Shock Blues e Daisies Of The Galaxy, portando con sé anche uno stile sonoro avvolgente e profondo, reminiscenza del capolavoro del 1998.

In un alternarsi di introspezione (The Deconstruction, Premonition), miraggi orchestrali (Sweet Scorched Earth, The Epiphany, The Unanswerable, In Our Cathedral) eleganze indie-pop (Today Is The Day) ed esplosioni elettriche (Bone Dry, You Are The Shining Light), i significati più sinceri dell’album sono da ricercare all’interno dei testi, nei chiaroscuri delle parole.

L’esistenzialismo di Mark Oliver Everett, è sopravvissuto alla vita stessa e con The Deconstruction, riflette sul Mondo, sulle paure più autentiche e sui sentimenti più genuini. Il disco diventa un’ammissione del dolore, del passato, dell’esistenza con uno sguardo rivolto all’incanto del vivere.

(pubblicato su xtm.it)

Annunci

Fluxus – Non si sa dove mettersi

Il riflesso più emblematico del nostro tempo è sicuramente legato a un senso di appartenenza labile, alla mancanza di trovare una giusta dimensione alla propria esistenza. Ne sanno qualcosa i Fluxus che in Non si sa dove mettersi trasfigurano in musica e parole questo sentimenti condiviso già a partire dal titolo, citazione degli Stormy Six.

Il collettivo verticistico autodisorganizzato formatosi nel 1991 a Torino, dopo un periodo di silenzio, torna con questo disco, registrato in presa diretta e completamente autoprodotto, conservando la cruda sincerità tipica del gruppo e quel sound ruvido e sghembo tipicamente anni Novanta.

In Non si sa dove mettersi c’è di nuovo l’urgenza reale di avere qualcosa da dire, forse per smuovere un esercito che continua a combattere le proprie contraddizioni nel caos della vita e delle etichette imposte dalla società. C’è il sangue cupo delle parole, le deflagrazioni elettriche, l’attitudine hardcore, il risveglio punk, il noise che stride, l’oscurità occulta sonora che cigola latente.

C’è l’ipnotico rito urbano di Nei secoli fedeli, la foschia metallica di Licenziami, i pesanti torrenti ritmici di Ma Ero Già Indietro, l’incisività tagliente di Ami gli oggetti, la cruda riflessione esistenziale e sociale de La decima vittima e Mi sveglio e sono stanco.

C’è infine la prigionia de Gli schiavi felici, la gravezza opaca di Bianca materia, l’aggressività maestosa di Datemi il nulla, le dense profondità di Alieni per strada.

Non è solo protesta, non è rivoluzione e nemmeno ribellione ma consapevolezza di un’incertezza, di una situazione attuale che ha perso le sue coordinate, rendendo i contorni sociali sfocati e irriconoscibili. La risposta a tutto questo è un disco pago di un’identità sonora libera e di una rabbia sincera che non ha bisogno di marchi definiti o di preconcetto alcuno. Un disco che nell’indefinitezza dei valori odierni, nella distruzione della non appartenenza trova la possibile strada dell’espiazione nella libertà creativa.

“Che cazzo vuoi. Non hai mai fatto niente. Quando ci sarà la rivoluzione tutti saliranno sul carrozzone dicendo che ci hanno sempre creduto. Dormi senza sogni. Mangi senza sale. Cammini senza gambe. Leggi solo manifesti elettorali. Senti la radio. Clicchi su mi piace. Ami gli oggetti, usi le persone, vivi in una casa disabitata da te”

(pubblicato su xtm.it)

Godflesh – Post Self

I Godflesh, creatura di Justin Broadrick e G. C. Green, dall’indole industrial e dedita a estreme sperimentazioni dall’attitudine post-metal, tornano con Post Self.

Il disco è un ritorno alle origini, solo in parte già avviato con il precedente A World Lit Only By Fire, allo spirito di Pure e Streetcleaner, ma che volge lo sguardo verso una formula sonora ancora più sperimentale e inedita, nella quale il suono esplora paesaggi interiori sradicati e tormentati.

Scricchiolamenti industrial, chitarre grevi come macigni, suoni terminali e dissonanti, torve e oniriche astrazioni sonore, visioni paranoiche e rugginose, vagano all’interno del disco intrise di elettronica oscura e deformante. L’universo nichilista di Post Self ha poco spazio per le parole, se non per quelle sofferte e graffiate dalla voce di Broadrick. È un cosmo post-umano, ibrido, sinistro, meccanico e sintetico, fatto di ferro e ghiaccio, di drum machine e synth, di distorsioni atipiche e basse frequenze.

Post Self è un disco eccellente, che conserva lo stile dei Godflesh, generando altresì nuove possibili derivazioni sonore. Un disco, pungente e acuto, fatto di ombre contorte e silenziose che penetrano l’essenza dell’ascolto all’interno di un’atmosfera, solo all’apparenza lontana, imbevuta di ossessioni sonore soffocate da una grigia malinconia.

(pubblicato su www.xtm.it)

Converge – The Dusk In Us

Tutti, prima o poi, si trovano a dover fronteggiare il proprio crepuscolo interiore. I Converge lo osservano dall’interno con The Dusk In Us, nuova anima nera della band di Salem che arriva a cinque anni di distanza da All We Love We Leave Behind, attraversando le distese hardcore sempre col piglio estremo della sperimentazione e della contaminazione a più livelli di furore.

Il disco è un perenne vortice di esasperata follia, sempre pronta a esplodere, e furia edulcorata da potenti oscurità melodiche. I Converge di The Dusk In Us, sono “dissidenti” ormai maturi, adulti che guardano al mondo con una rabbia costruttiva, pur conservando lo spirito lacerato di Jane Doe e You Fail Me.

Il disco è la corrispondenza perfetta del suo stesso artwork; è la rappresentazione dell’uomo coperto dal velo del caos della società, statua immobile demolita dall’interno. I demoni interiori, le macchie, i problemi e i fallimenti della collettività trovano urgenza espressiva nella musica, tra dissonanze e strati di rumore, nelle urla tormentate di Jacob Bannon e nella forza dei testi sempre specchio e riflesso di un Io in lotta con ciò che lo circonda:

“I ask from within my heart, where did our failures start
If we must imagine ourselves as someone, somewhere else
And what does the future hold, if we’re running low on health and hope
Our denial it speaks in tongues, there’s monsters among us

Dusk lives within us
Dusk lives within us
Darkness won’t give up
Darkness won’t give up”

In questo disco c’è il dolore che opprime (Can Tell You About Pain), le lacrime taglienti (A Single Tear), i fuochi dell’inferno da placare (Arkhipov Calm).

È una creatura multiforme, profondamente esistenziale e post-apocalittica. È un album, dalla produzione e dalle qualità sonore acute e impeccabili con Kurt Ballou sempre in cabina di regia, che racconta le ferite e gli strappi dell’esistenza, le falle della vita, lasciando il posto alla forza di reagire, di sopravvivere e di ricominciare:

“There is no place in this world to hide
My shattered smile that life provides
Stand up straight take it on the chin
Pick up my teeth and start again”

(pubblicato su www.xtm.it)

Secret Sight – Shared Loneliness

Secret Sight

Shared Loneliness

2017

Unknown Pleasures, Manic Depression

Dopo l’esordio con Day.Night.Life, gli anconetani Secret Sight, tornano con Shared Loneliness, uscito per Unknown Pleasures e Manic Depression e prodotto da Alessandro Ovi Sportelli (Prozac +, Baustelle, Diaframma, Zen Circus).
Le atmosfere anni Ottanta, imbevute di dark-wave e post-punk, permeano il disco, all’interno di visioni sonore che sul passato modellano trame ritmiche più contemporanee. Echi di Joy Division e Cure si mescolano così a risonanze più moderne à la Interpol ed Editors, mentre un’oscurità dal sapore gotico smuove l’alienazione e il declino che attraversa i testi.

Suggestioni che volgono lo sguardo al crepuscolo ammantate da nebbie sonore dunque e che, rispetto al precedente album, si fanno più mature, eleganti e intimamente profonde.
Un disco di genere per gli amanti del genere che, seppur a tratti derivativo, riesce bene a inquadrare il suo sound, classico e puro, e quella desolazione decadente, destabilizzante e dolce al contempo, della malinconia e della solitudine che si apre alla speranza.

(pubblicato su www.xtm.it)

Cadori – Non puoi prendertela con la notte

Cadori

Non puoi prendertela con la notte

2017

Labellascheggia

È una sorta di cantautorato 2.0 figlio del nostro tempo quello di Giacomo Giunchedi, in arte Cadori, in cui le parole si amalgamano all’elettronica, al dream pop e al noise su ampi sfondi lo-fi. Dopo l’esordio omonimo del 2014,

Cadori torna con Non puoi prendertela con la notte, uscito per la milanese Labellascheggia: un disco notturno, oscuro e rarefatto al contempo, nel quale confluiscono delicate fotografie di un’interiorità messa a nudo attraverso i testi, quasi sussurrati, dello stesso Cadori.

Ed è infatti un gioco di immagini questo album , tanto intimo quanto frutto della contemporaneità che ci circonda e che si ascolta, si sfoglia e si legge a partire dalle parole di “Canzone dei trent’anni”:

Ci siamo innamorati delle immagini,
delle pubblicità che accendono le strade,
ci siamo resi stupidi e ridicoli,
in tutte quelle notti da dimenticare

per passare fino alle visioni di “Audery Hepburn”:

Tutti un po’ allo specchio si odiano
distruggono le cose che non vogliono vedere
e poi si piacciono, si contraddicono
sono contro le mode
e si fanno fotografare come Audery Hepburn

Tra visioni più ritimiche e istanti minimali, nel disco compaiono anche: Aurora Ricci (Io e la Tigre), nell’opening “Quel che resta”, Giulia Olivari (Toralkiki) in “Cauntry #3”, mentre Andrea Lorenzoni suona il pianoforte in “Naoko” e “Audrey Hepburn”.

L’album, realizzato nel corso di tre anni di registrazioni in parte effettuate in casa da Giunchedi e in parte ne Lo Studio Spaziale di Roberto Rettura a Bologna è stato inoltre mixato da Michele Postpischl (batterista degli Ofeliadorme) e masterizzato da Justin Bennett (batterista degli Skinny Puppy).

In questo “Non puoi prendertela con la notte” le sfumature sono certamente tante, si passa dall’alba al crepuscolo all’interno di un viaggio sonoro fatto di sogni, in cui si ha la necessita di immergersi nel buio per vedere idealmente la luce. Un disco moderno, unico nel suo essere delicatamente semplice e diretto.

(pubblicato su www.xtm.it)

L.A. Witch – L.A. Witch

Ricordate la serie Streghe (Charmed), andata in onda tra la fine degli anni Novanta e la prima metà degli anni 2000 ambientata a San Francisco? Le protagoniste erano tre sorelle Prue, Piper e Phoebie. Con le L.A. Wtich sembra quasi di trovarsi a rivivere certe sensazioni traslate in musica: Sade, Rita ed Ellie che nel loro omonimo disco, registrato agli Hurley Studios in Costa Mesa e mixato ad Highland Park, Los Angeles, creano labirinti sonori magnetici.

Tra le stanze soniche di queste “streghe moderne” vibra un garage rock narcotico e ipnotico edulcorato da evidenti allucinazioni Sixties, mentre il sole della California splende su desertiche ritmiche psych e tenui tossicità hard-rock.

La dicotomia tra un nightclub fumoso e un casa Vittoriana che volge lo sguardo alle palme e al mare è il centro del loro Sabba, che, tra le strutture compositive del disco, sembra accogliere insieme Hippie ed Hell’s Angels. Echi, fuzz e riverberi, circolarità sinistre, cavalcate psichedeliche e ballad à la Johnny Cash, come nel brano Untitled, cesellano il disco, creando una spirale di suoni minacciosa, incalzante ed enigmatica.

Parafrasando un pò una frase della serie sopracitata: il potere di questo trio coincide con la grande capacità di evocare tempi e luoghi lontani attraverso la magia della loro musica. Le fiamme sonore delle L.A. Witch vi ammalieranno, rubando i vostri sogni e i vostri ascolti, ne siamo certi.

(pubblicato su www.rocklab.it)

In Zaire – Visions of The Age to Come

Ci sono dei dischi che più di altri riescono in un certo senso ad aprire una parete inconscia tra l’ascoltatore e la fruizione, album in grado di svelare visioni nuove. Visions of The Age to Come, la nuova creatura degli In Zaire, tra gli esponenti di spicco del nostrano “girone infernale” dell’Italian Occult Psychedelia, attiva queste percezioni.

L’album sembra infatti evocare, a partire dall’artwork, la famosa Pietra di Bollingen di Jung, datata 1950, ma scolpita in calce psych, svelando, all’interno del suo cosmo sonoro dall’impasto “junghiano”, la mente e l’inconscio, l’esoterico e l’esotico.

Passati ormai quattro anni dal precedente White Sun Black Sun, la nuova era degli italo-berlinesi In Zaire, Claudio Rocchettiai synth, Stefano Pilia alla chitarra, Riccardo Biondetti alla batteria e Alessandro De Zan alla voce, basso e percussioni, sa di occulto hard-rock dall’attitudine Seventies e di mistero kraut. È un’alba che, rispetto al suo predecessore, si fa più oscura avvicinandosi ad allucinazioni metal.

Libere associazioni ritmiche lambiscono la psichedelia bagnata di prog ed elettronica, facendosi ora tribali, ora rarefatte, quasi impenetrabili nei labirinti sonori impastati di trame cosmiche e monolitiche strutture space-rock. È un’Africa contaminata questa di Visions of The Age to Come, meno afro e più postmoderna. È un abisso di suoni che penetra il passato per risalire verso un ignoto futuro.

Un caleidoscopio lisergico di riff incisivi e loop decadenti, battiti motorik e rituali spaziali, distorsione e sperimentazione. È una loggia sonica, in cui Hawkwind, Neu! e Sun Ra siedono a tavolino con Can, Gong, Amon Düül II, Gang Of Four e Uriah Heep, e che modella un suono nuovo e contemporaneo, pur conservando la propria anima atavica, ricca di sfumature melodiche.

In definitiva, parliamo di un disco maturo, compatto ed egregiamente realizzato, in cui gli In Zaire celebrano enigmi antropologici e cerimoniali occulti attraverso la trascendenza dei suoni, costruendo immagini primordiali e archetipi capaci di smuovere la psiche.

(pubblicato su www.rocklab.it )

Filthy Friends – Invitation

Oggi i supergruppi sono ormai un fenomeno rodato della cultura musicale che continua a proliferare a macchia di leopardo su tutto il globo terrestre.

La colpa o il merito, a seconda di come la si vuole vedere, di questa ondata sonica è da scovare lontano, quando Eric Clapton, che “divorziò” artisticamente da John Mayall e i Bluesbreakers, incontrò Jack Bruce e Ginger Baker della Graham Bond Organization, fondando i Cream. Furono loro forse il primo supergruppo della storia del rock al quale seguirono Crosby, Stills, Nash & Young e tantissimi altri.

I nuovi arrivati, nemmeno tanto visto che il progetto nasce cinque anni fa come come tributo a David Bowie, sono i Filthy Friends. Il supergruppo in questione nasce dalle menti e dall’incontro tra Peter Buck (R.E.M., Minus 5) e Corin Tucker(Sleater-Kinney) e raccoglie tra le sue file anche Kurt Bloch (Fastbacks, Young Fresh Fellows, Minus 5), Scott McCaughey (Minus 5, Young Fresh Fellows, R.E.M.) e Bill Riflin (King Crimson, Ministry, R.E.M).

Buck ha dichiarato che aveva in mente di fondare un gruppo assieme alla Tucker fin dalla prima volta che la vide esibirsi dal vivo con le Sleater-Kinney, nel 1997 e così è stato. Il loro disco d’esordio Invitation, uscito da poco per la Kill Rock Stars, evidenzia una grande attitudine garage-punk, posta su strutture in bilico tra power pop e rielaborazioni rock and roll.

Non siamo al cospetto nè dei R.E.M. e nemmeno delle Sleater-Kinney, ma l’imprinting musicale della coppia Buck-Tucker riesce a crea allucinazioni sonore degne di nota, tra ballate più rotonde e brani decisamente più muscolari e rocciosi.

“Your power’s peaked Adios, senador

I have come to get the keys

I waited and I watched and I lived my life in peace

You ruled you made decisions without thinking of our needs

You and all your friends feasted while we fought to make ends meet

Now the country’s changing see the difference on every street”

E se “Despierta” (brano già contenuto nell’iniziativa “30 Days, 30 Songs”) incoraggia il risveglio dall’autoritarismo dell’attuale amministrazione Trump – con una Tuckerche sembra aver ereditato lo slancio della prima Patti Smith –, l’album si consolida anche grazie alle collaborazioni di artisti del calibro di Krist Novoselic, (“Brother e Makers“).

Tra ritmi serrati e sudore, senza disdegnare delicatezze melodiche, il disco scorre veloce. Idea di supergruppo a parte, Invitation è un prodotto onesto e sincero, elaborato con classe, che vive anche dell’entusiasmo e della passione dei suoi stessi protagonisti: con una occhio rivolto al passato e uno al futuro.

(pubblicato su www.rocklab.it)

Clark – Death Peak  

Clark

Death Peak  

2017  

Warp Records

Dopo le derive cinematografiche e cupe del 2016, con la colonna sonora della serie The Last Panther, torna Clark con l’album Death Peak, il nono su Warp Records.

Il disco custodisce visioni post-industriali e post-apocalittiche, cosmiche e minimali, cinematiche e filmiche, suggestive ed eteree, per un lavoro dall’anima cibernetica, nel quale le textures ritmiche si mescolano tra loro creando soluzioni sonore sempre differenti, spiriti armonici non-lineari in continuo mutamento.

Death Peak fluttua infatti tra i synth evolvendosi traccia dopo traccia, trasformandosi repentinamente per non essere mai uguale a se stesso. La novità dell’album, e dell’eclettica produzione musicale di Clark, è poi sicuramente l’introduzione di trame vocali, ultraterrene e scomposte, veri e propri strumenti nel mare sintetico dei suoni.

Gli spettri sibillini di Spring But Dark fanno da apripista al disco per poi volare sull’IDM high-tech di Butterfly Prowler. Il sogno elettronico di Peak Magnetic deflagra sulle contorsioni rituali di Hoova, mentre androidi reiterazioni strappano le molecole digitali di Slap Drones. Il “classico” destrutturato fa capolino in Affermath e un’intensa malinconia, quasi aliena, pervade Catastrophe Anthem e Living Fantasy. Chiudono gli incubi minacciosi e distorti di Un U.K.

Death Peak è in definitiva un bel lavoro, strutturalmente complesso, che esplora i pensieri e le emozioni del suo stesso creatore attraverso una produzione notevole e una innegabile coerenza stilistica. Un disco che scava nelle origini del suono per avviare il suo processo di mutazione nel risveglio elettronico; un flusso digitale, nel dialogo tra uomo e macchina, che ben riflette l’equilibrio del caos tra vita e morte.

(pubblicato su www.xtm.it)