Secret Sight – Shared Loneliness

Secret Sight

Shared Loneliness

2017

Unknown Pleasures, Manic Depression

Dopo l’esordio con Day.Night.Life, gli anconetani Secret Sight, tornano con Shared Loneliness, uscito per Unknown Pleasures e Manic Depression e prodotto da Alessandro Ovi Sportelli (Prozac +, Baustelle, Diaframma, Zen Circus).
Le atmosfere anni Ottanta, imbevute di dark-wave e post-punk, permeano il disco, all’interno di visioni sonore che sul passato modellano trame ritmiche più contemporanee. Echi di Joy Division e Cure si mescolano così a risonanze più moderne à la Interpol ed Editors, mentre un’oscurità dal sapore gotico smuove l’alienazione e il declino che attraversa i testi.

Suggestioni che volgono lo sguardo al crepuscolo ammantate da nebbie sonore dunque e che, rispetto al precedente album, si fanno più mature, eleganti e intimamente profonde.
Un disco di genere per gli amanti del genere che, seppur a tratti derivativo, riesce bene a inquadrare il suo sound, classico e puro, e quella desolazione decadente, destabilizzante e dolce al contempo, della malinconia e della solitudine che si apre alla speranza.

(pubblicato su www.xtm.it)

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Cadori – Non puoi prendertela con la notte

Cadori

Non puoi prendertela con la notte

2017

Labellascheggia

È una sorta di cantautorato 2.0 figlio del nostro tempo quello di Giacomo Giunchedi, in arte Cadori, in cui le parole si amalgamano all’elettronica, al dream pop e al noise su ampi sfondi lo-fi. Dopo l’esordio omonimo del 2014,

Cadori torna con Non puoi prendertela con la notte, uscito per la milanese Labellascheggia: un disco notturno, oscuro e rarefatto al contempo, nel quale confluiscono delicate fotografie di un’interiorità messa a nudo attraverso i testi, quasi sussurrati, dello stesso Cadori.

Ed è infatti un gioco di immagini questo album , tanto intimo quanto frutto della contemporaneità che ci circonda e che si ascolta, si sfoglia e si legge a partire dalle parole di “Canzone dei trent’anni”:

Ci siamo innamorati delle immagini,
delle pubblicità che accendono le strade,
ci siamo resi stupidi e ridicoli,
in tutte quelle notti da dimenticare

per passare fino alle visioni di “Audery Hepburn”:

Tutti un po’ allo specchio si odiano
distruggono le cose che non vogliono vedere
e poi si piacciono, si contraddicono
sono contro le mode
e si fanno fotografare come Audery Hepburn

Tra visioni più ritimiche e istanti minimali, nel disco compaiono anche: Aurora Ricci (Io e la Tigre), nell’opening “Quel che resta”, Giulia Olivari (Toralkiki) in “Cauntry #3”, mentre Andrea Lorenzoni suona il pianoforte in “Naoko” e “Audrey Hepburn”.

L’album, realizzato nel corso di tre anni di registrazioni in parte effettuate in casa da Giunchedi e in parte ne Lo Studio Spaziale di Roberto Rettura a Bologna è stato inoltre mixato da Michele Postpischl (batterista degli Ofeliadorme) e masterizzato da Justin Bennett (batterista degli Skinny Puppy).

In questo “Non puoi prendertela con la notte” le sfumature sono certamente tante, si passa dall’alba al crepuscolo all’interno di un viaggio sonoro fatto di sogni, in cui si ha la necessita di immergersi nel buio per vedere idealmente la luce. Un disco moderno, unico nel suo essere delicatamente semplice e diretto.

(pubblicato su www.xtm.it)

L.A. Witch – L.A. Witch

Ricordate la serie Streghe (Charmed), andata in onda tra la fine degli anni Novanta e la prima metà degli anni 2000 ambientata a San Francisco? Le protagoniste erano tre sorelle Prue, Piper e Phoebie. Con le L.A. Wtich sembra quasi di trovarsi a rivivere certe sensazioni traslate in musica: Sade, Rita ed Ellie che nel loro omonimo disco, registrato agli Hurley Studios in Costa Mesa e mixato ad Highland Park, Los Angeles, creano labirinti sonori magnetici.

Tra le stanze soniche di queste “streghe moderne” vibra un garage rock narcotico e ipnotico edulcorato da evidenti allucinazioni Sixties, mentre il sole della California splende su desertiche ritmiche psych e tenui tossicità hard-rock.

La dicotomia tra un nightclub fumoso e un casa Vittoriana che volge lo sguardo alle palme e al mare è il centro del loro Sabba, che, tra le strutture compositive del disco, sembra accogliere insieme Hippie ed Hell’s Angels. Echi, fuzz e riverberi, circolarità sinistre, cavalcate psichedeliche e ballad à la Johnny Cash, come nel brano Untitled, cesellano il disco, creando una spirale di suoni minacciosa, incalzante ed enigmatica.

Parafrasando un pò una frase della serie sopracitata: il potere di questo trio coincide con la grande capacità di evocare tempi e luoghi lontani attraverso la magia della loro musica. Le fiamme sonore delle L.A. Witch vi ammalieranno, rubando i vostri sogni e i vostri ascolti, ne siamo certi.

(pubblicato su www.rocklab.it)

In Zaire – Visions of The Age to Come

Ci sono dei dischi che più di altri riescono in un certo senso ad aprire una parete inconscia tra l’ascoltatore e la fruizione, album in grado di svelare visioni nuove. Visions of The Age to Come, la nuova creatura degli In Zaire, tra gli esponenti di spicco del nostrano “girone infernale” dell’Italian Occult Psychedelia, attiva queste percezioni.

L’album sembra infatti evocare, a partire dall’artwork, la famosa Pietra di Bollingen di Jung, datata 1950, ma scolpita in calce psych, svelando, all’interno del suo cosmo sonoro dall’impasto “junghiano”, la mente e l’inconscio, l’esoterico e l’esotico.

Passati ormai quattro anni dal precedente White Sun Black Sun, la nuova era degli italo-berlinesi In Zaire, Claudio Rocchettiai synth, Stefano Pilia alla chitarra, Riccardo Biondetti alla batteria e Alessandro De Zan alla voce, basso e percussioni, sa di occulto hard-rock dall’attitudine Seventies e di mistero kraut. È un’alba che, rispetto al suo predecessore, si fa più oscura avvicinandosi ad allucinazioni metal.

Libere associazioni ritmiche lambiscono la psichedelia bagnata di prog ed elettronica, facendosi ora tribali, ora rarefatte, quasi impenetrabili nei labirinti sonori impastati di trame cosmiche e monolitiche strutture space-rock. È un’Africa contaminata questa di Visions of The Age to Come, meno afro e più postmoderna. È un abisso di suoni che penetra il passato per risalire verso un ignoto futuro.

Un caleidoscopio lisergico di riff incisivi e loop decadenti, battiti motorik e rituali spaziali, distorsione e sperimentazione. È una loggia sonica, in cui Hawkwind, Neu! e Sun Ra siedono a tavolino con Can, Gong, Amon Düül II, Gang Of Four e Uriah Heep, e che modella un suono nuovo e contemporaneo, pur conservando la propria anima atavica, ricca di sfumature melodiche.

In definitiva, parliamo di un disco maturo, compatto ed egregiamente realizzato, in cui gli In Zaire celebrano enigmi antropologici e cerimoniali occulti attraverso la trascendenza dei suoni, costruendo immagini primordiali e archetipi capaci di smuovere la psiche.

(pubblicato su www.rocklab.it )

Filthy Friends – Invitation

Oggi i supergruppi sono ormai un fenomeno rodato della cultura musicale che continua a proliferare a macchia di leopardo su tutto il globo terrestre.

La colpa o il merito, a seconda di come la si vuole vedere, di questa ondata sonica è da scovare lontano, quando Eric Clapton, che “divorziò” artisticamente da John Mayall e i Bluesbreakers, incontrò Jack Bruce e Ginger Baker della Graham Bond Organization, fondando i Cream. Furono loro forse il primo supergruppo della storia del rock al quale seguirono Crosby, Stills, Nash & Young e tantissimi altri.

I nuovi arrivati, nemmeno tanto visto che il progetto nasce cinque anni fa come come tributo a David Bowie, sono i Filthy Friends. Il supergruppo in questione nasce dalle menti e dall’incontro tra Peter Buck (R.E.M., Minus 5) e Corin Tucker(Sleater-Kinney) e raccoglie tra le sue file anche Kurt Bloch (Fastbacks, Young Fresh Fellows, Minus 5), Scott McCaughey (Minus 5, Young Fresh Fellows, R.E.M.) e Bill Riflin (King Crimson, Ministry, R.E.M).

Buck ha dichiarato che aveva in mente di fondare un gruppo assieme alla Tucker fin dalla prima volta che la vide esibirsi dal vivo con le Sleater-Kinney, nel 1997 e così è stato. Il loro disco d’esordio Invitation, uscito da poco per la Kill Rock Stars, evidenzia una grande attitudine garage-punk, posta su strutture in bilico tra power pop e rielaborazioni rock and roll.

Non siamo al cospetto nè dei R.E.M. e nemmeno delle Sleater-Kinney, ma l’imprinting musicale della coppia Buck-Tucker riesce a crea allucinazioni sonore degne di nota, tra ballate più rotonde e brani decisamente più muscolari e rocciosi.

“Your power’s peaked Adios, senador

I have come to get the keys

I waited and I watched and I lived my life in peace

You ruled you made decisions without thinking of our needs

You and all your friends feasted while we fought to make ends meet

Now the country’s changing see the difference on every street”

E se “Despierta” (brano già contenuto nell’iniziativa “30 Days, 30 Songs”) incoraggia il risveglio dall’autoritarismo dell’attuale amministrazione Trump – con una Tuckerche sembra aver ereditato lo slancio della prima Patti Smith –, l’album si consolida anche grazie alle collaborazioni di artisti del calibro di Krist Novoselic, (“Brother e Makers“).

Tra ritmi serrati e sudore, senza disdegnare delicatezze melodiche, il disco scorre veloce. Idea di supergruppo a parte, Invitation è un prodotto onesto e sincero, elaborato con classe, che vive anche dell’entusiasmo e della passione dei suoi stessi protagonisti: con una occhio rivolto al passato e uno al futuro.

(pubblicato su www.rocklab.it)

Clark – Death Peak  

Clark

Death Peak  

2017  

Warp Records

Dopo le derive cinematografiche e cupe del 2016, con la colonna sonora della serie The Last Panther, torna Clark con l’album Death Peak, il nono su Warp Records.

Il disco custodisce visioni post-industriali e post-apocalittiche, cosmiche e minimali, cinematiche e filmiche, suggestive ed eteree, per un lavoro dall’anima cibernetica, nel quale le textures ritmiche si mescolano tra loro creando soluzioni sonore sempre differenti, spiriti armonici non-lineari in continuo mutamento.

Death Peak fluttua infatti tra i synth evolvendosi traccia dopo traccia, trasformandosi repentinamente per non essere mai uguale a se stesso. La novità dell’album, e dell’eclettica produzione musicale di Clark, è poi sicuramente l’introduzione di trame vocali, ultraterrene e scomposte, veri e propri strumenti nel mare sintetico dei suoni.

Gli spettri sibillini di Spring But Dark fanno da apripista al disco per poi volare sull’IDM high-tech di Butterfly Prowler. Il sogno elettronico di Peak Magnetic deflagra sulle contorsioni rituali di Hoova, mentre androidi reiterazioni strappano le molecole digitali di Slap Drones. Il “classico” destrutturato fa capolino in Affermath e un’intensa malinconia, quasi aliena, pervade Catastrophe Anthem e Living Fantasy. Chiudono gli incubi minacciosi e distorti di Un U.K.

Death Peak è in definitiva un bel lavoro, strutturalmente complesso, che esplora i pensieri e le emozioni del suo stesso creatore attraverso una produzione notevole e una innegabile coerenza stilistica. Un disco che scava nelle origini del suono per avviare il suo processo di mutazione nel risveglio elettronico; un flusso digitale, nel dialogo tra uomo e macchina, che ben riflette l’equilibrio del caos tra vita e morte.

(pubblicato su www.xtm.it)

Michael Gira – Drainland

Cercare una via d’uscita alla fine di un tunnel claustrofobico; scacciare le insidie più profonde e oscure della vita: è questo in sostanza il sentimento che pervade, a partire dall’artwork, “Drainland, l’esordio solista di Michael Gira datato 1995 e da poco ristampato e rimasterizzato da Doug Henderson a Berlino, via Young God Records/Mute, assieme a The Great Annihilator degli Swans.

Il buco nero che in “The Great Annihilator apparteneva alla Via Lattea, inDrainland” rappresenta un vuoto interiore ed emotivo, un’accorata riflessione sull’esistenza umana, un riflesso della personalità dello stesso Gira e della fragilità dipendente da droghe e alcool.

Gira, che si è sempre detto insoddisfatto del master originale dell’album, di quelle registrazioni semi-casalinghe nate assieme alle collaborazioni di Bill Rieflin e di Jarboe, fa rivivere così sensazioni ed emozioni di grande impatto e sincerità con una ritrovata freschezza e pulizia del suono.

Musicalmente più scarno e “posato” degli album a firma SwansDrainland ha dalla sua la forza oscura delle parole che si fanno largo tra i sintetizzatori, gli effetti sonori fuori campo, le chitarre ipnotiche e le ampie distese acustiche.

Si viene così risucchiati da una sorta di negatività immersiva, all”interno di atmosfere dilaniate in un gioco fatto di contrasti sonori, mentre Gira recita la sua agonia nascosta fatta di abusi a partire dalla solenne marcia cadenzata di “You See Through Me”.

La componente acustica, velata da una torva oscurità, ammanta la nenia funebre “Where Does Your Body Begin”, mentre una violenza industrial accompagna “I See Them All Lined Up” e “Low Life Form”. Un po’ cantautore e un po’ sperimentatore, Gira apre il suo universo di pensieri tra le tetre visioni meditative di “Unreal” e le allucinazioni psicotiche e criminali di “Fan Letter”. Chiude l’opera “Blind”, bella ballad decadente che era stata scartata dal disco “White Light From The Mouth Of Infinity”  (1991) degli Swans.

Drainland è il disco in cui, forse più di altri, Gira si mette a nudo, scavando tra i suoi fantasmi interiori, alla ricerca di se stesso e di una qualche redenzione. Il corpo è il riflesso amaro e irrisolto della sua anima – What does a body mean? recita un suo verso – specchio di un’interiorità che anela un significato più ampio, una liberazione lontana e ancora irraggiungibile.

Pubblicato su www.rocklab.it

 

Arca – Arca

È una mutazione di pelle e di intenti quella di Alejandro Ghersi, in arte Arca. È una trasformazione consapevole che dalle destrutturazioni rumoriste di “Mutant” approda ad un’elettronica dal taglio minimale, intimista ed emotiva.

Nel suo ultimo disco Arca rivela infatti la sua vera natura, si mette a nudo per condurre l’ascoltatore all’interno del suo malinconico abisso interiore. Il caos cede il passo a un assetto sonoro più morbido, ma che cela nei contenuti debolezze intrinseche e pungenti ossessioni da esperire.

In questo sogno/incubo è la voce di Arca, fredda e catartica, quasi lirica, che, in spagnolo, cesella lividi sull’esistenza e sui suoni, marchi indelebili più umani e meno alieni rispetto al passato, mentre le distorsioni si fondono con la forma canzone.

Un universo interiore, il suo, fatto di ricordi, emozioni e sofferenze dunque che sfiora fragili inquietudini (Piel), lirismo malinconico (Anoche), oscuri tappeti strumentali (Saunter, Urchin, Castration, Whip, Child), nenie solenni (Sin Rumbo, Coraje), illusioni (Fugaces) e delicatezze minimaliste (Miel).

Un disco dalla doppia anima, bambina e adulta, che è trasfigurazione perfetta delle percezioni personali e più profonde del suo stesso creatore; un album che con raffinatezza androgina lascia il segno come le ferite che esso custodisce.

(pubblicato su www.xtm.it)

The Afghan Whigs – In Spades

«Questo non è un disco tematico, ma segue un filo conduttore. Parla di come la memoria finisca per confondersi con il presente molto rapidamente» – Greg Dulli

Sono le stanze della memoria, quelle che custodiscono l’oggi penetrandolo inesorabilmente – con l’uscio aperto verso un passato musicale e di vita – ad arredare l’ultimo album degli Afghan WhigsIn Spades. L’inafferrabilità del ricordo, velato e sfuggente, scava dunque tra i riflessi alterati dell’anima per restituire un disco che trasfigura in musica l’introspezione fugace e caotica dell’esistenza.

In Spades, scritto e prodotto da Greg Dulli e registrato tra New Orleans, Los Angeles, Memphis e Joshua Tree , conserva lo spirito autentico della band, quello tormentato, dolente e in parte irriverente, che dondola tra i solchi di Black Love, 1965 e Gentlemen, giocando coi fantasmi sonori à la Twilight Singers.

Il risultato è un album fatto di suggestioni ritmiche oscuramente introspettive, che mescolano la Black Music e il Soul d’annata con un rock puro e graffiante: stratificazioni di chitarre, pianoforti, archi, fiati, tastiere e scintille di suoni sintetici.

La contemporaneità degli Afghan Whigs di In Spades, inseguita dai simulacri del passato, conduce l’ascoltatore a perlustrare percorsi interiori mai sopiti, nel tentativo di scacciare quei demoni che si insediano nella mente. Una commistione di visioni profane e allucinazioni mistico-esoteriche che permeano l’intero disco; partendo dall’artwork fino ai testi, proprio come nel brano “Demon In Profile” che recita:

You say
you’re ready
If I’m an animal
Let’s get a room real soon
We’ll call it supernatural

Allegorie, atmosfere opache e decadenti, pulsioni erotiche e sofferenze noir scorrono nel flusso di coscienza del disco, manifestando una minor urgenza rispetto alla furiosa disperazione degli esordi pur mantenendo intatto un certo magnetismo.

Arrangiamenti sghembi e archi fanno capolino nell’opener “Birdland”, per poi cedere il passo alle lesioni ritmiche di “Arabian Heights” e alle morbide rovine sonore di “Toy Automatic” e “Oriole”. “Copernicus” è sorretta da ritmi incalzanti e da riff che sfiorano l’Heavy, mentre “Into The Floor” esplode infine con struggente forza.

Un disco diretto, elegante e vero, che non rappresenta solamente la reminiscenza di un passato uguale a se stesso, ma storia viva nel caos dei ricordi, carica di piacere, declino e paura. È la fragilità della vita che apre la sua porta nera su un universo interiore mutevole e in continuo divenire.

(pubblicato su www.rocklab.it)

Mòn – Zama

C’è una leggerezza elegante e fresca, un tocco dolce che si posa sulle note di Zama, esordio dei Mòn. Parafrasando il titolo, il disco è come una sorta di guerra punica combattuta a colpi di introspezione e delicatezza, intimismo e malinconia, un viaggio verso l’interiorità del suono e dell’Io, trasfigurato attraverso un pregiato caleidoscopio ritmico dal sapore tutto internazionale e dal songwriting accattivante.

Una sperimentazione, la loro, che abbraccia le visioni di Alt-j e The XX, le suggestioni di Sigur Rós, Efterklang e Mùm, i mondi di un certo post-rock nordico e glaciale a costruzioni sonore più marcatamente colorate e dal piglio personale. Indie-folk raffinato dunque amalgamato a un’elettronica sofisticata, mentre seducenti intrecci vocali sembrano fluttuare tra synth e anime analogiche.

Trame melodiche più morbide duellano con più grintosi episodi elettrici, tra echi evanescenti che conducono l’ascoltatore verso lande lontane, impalpabili (Lungs, Alma) e allucinazioni corali e danzanti (The Flock, Forest Of Cigarettes). Ci sono poi le ballate silenti e soffuse (Indigo, Fragments, Mutter NachtFluorescence, That Melts Into Spring). Chiude il viaggio l’energia multiforme à la Akron/Family di To Marianne.

Un esordio interessante che splende per personalità e scrittura, un album variegato e prezioso pregno di suggestioni, vagando tra universi paralleli.

(pubblicato su www.xtm.it)