Top 2017: My Personal Playlist

Miglior album

Converge -The Dusk In Us

Miglior singolo

A Perfect Circle – The Doomed

Miglior concerto

The Dillinger Escape Plan, Orion – Ciampino, 29 giugno

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Moderat @ Ex Dogana [Just Music Festival] – 14 Luglio 2017

Attitudine e visual

Roma come Berlino. Già a partire dalla location dell’Ex Dogana, con un palco che volge le spalle alla tangenziale est di Roma, sembra quasi di trovarci altrove. Una veduta “post-industriale” e metropolitana che pare essere lo scenario perfetto per il concerto dei Moderat. Il progetto congiunto di Apparat (Sascha Ring) e dei MODESELEKTOR (Gernot Bronsert eSebastian Szary) non poteva dunque trovare luogo migliore per la propria esibizione in terra romana. Dal vivo l’alchimia sonora è perfetta e la fusione tra l’eclettismo sonoro dei MODESELEKTOR e i tappeti melodici di Apparat è totale. La ricercata elettronica del trio esplode sul palco con perfezione, muovendosi tra IDM, Glitch e territori techno, sintetizzatori ed effetti, pad controller e drum machine: mentre la robustezza sonora targata MODESELEKTOR si fonde alla voce leggera di Sascha Ring. Come in un giro sulle montagne russe, si alternano momenti ipnotici ad istanti più incalzanti, il tutto accompagnato dalla notevole qualità dei visuals, rendendo l’esperienza live ancora più immersiva e tridimensionale.

Audio

A parte alcuni momenti, poi velocemente risolti, in cui la voce di Sascha Ring sembrava leggermente ridotta rispetto al resto dei suoni, la modulazione delle frequenze, dai bassi pulsanti alle note più acute, è stata perfetta, restituendo all’orecchio dei presenti tutta la moltitudine di sfumature sonore del live.

Setlist

Ghostmother

A New Error

Running

Running (Remix)

Eating Hooks

Eating Hooks (Siriusmo Remix)

Rusty Nails

Play Video

Reminder

Play Video

Animal Trail

Les Grandes Marches

Play Video

Nr. 22

Play Video

Milk

Bad Kingdom

Momento migliore

Un live completo e coinvolgente, che ha visto i suoi picchi emozionali con A New Error e le conclusive Milk e Bad Kingdom.

Pubblico

Una marea umana ben assortita è accorsa a seguire il live dei Moderat. C’è chi si lascia semplicemente trasportare dai suoni e chi si dimena. Tutti entrano in perfetta sintonia con il trio che cerca, sin dalle prime battute del live, di stringere un legame forte col suo pubblico, incitandolo a cantare e a battere le mani, o fingendo a più riprese di suonare Bad Kingdom per poi farla realmente esplodere a fine live.

Conclusioni

Un live dei Moderat esprime al meglio l’identità della loro musica ed è il frutto della loro stessa contaminazione creativa. È raffinato e intelligente senza disdegnare il desiderio di far divertire il proprio pubblico, coinvolgendolo. È un concerto inteso come esperienza collettiva, condivisa e liberatoria, che abbraccia tutti i sensi.

(pubblicato su www.rocklab.it)

Archive @ Ex Dogana [Viteculture Festival] – 12 luglio 2017

Attitudine e visual

La magia degli Archive arriva all’Ex Dogana di Roma in occasione del Viteculture Festival – in tutto il suo splendore e con quel di mix di trip hop, impalcature prog, elettronica e rock, che la band propone ormai da anni. La visione sonora cangiante del collettivo inglese in sede live diventa ipnotica e suggestiva, cambia forme e colori sul palco repentinamente, all’interno di un muro ritmico dagli effetti suggestivi. Forte è l’attenzione per il dettaglio, per la cura minuziosa del suono, che si mescola sapientemente ad una presenza scenica di grande impatto. Immerso tra luci soffuse e immagini proiettate su uno schermo, il gruppo propone un live di straordinaria intensità. Darius Keeler scandisce il tempo con le sue mani, come un direttore d’orchestra contemporaneo; Danny Griffiths interviene sui pezzi con attimi intermittenti di quiete e tempesta; Pollard Berrier, dal cappello nero a falda larga e poncho nero (outfit forse un po’ audace viste le roventi temperature romane di questi giorni n.dr.) incrocia la sua voce con quella di Dave Pen che si muove sul palco con fascino e grinta. La percezione ritmica d’insieme è sorprendente, in balia di trasparenze e oscurità, con intrecci vocali intensi e penetranti.

Audio

Un suono cristallino, ben calibrato, diretto e mai obliquo, che dagli amplificatori arriva potente, limpido e avvolgente al cuore del pubblico presente.

Setlist

La setlist è un alternarsi di momenti più corrosivi ed energici a istanti più distesi e sognanti. La band, in tour per presentare l’ultimo album The False Foundation (2016), pesca dal disco: Driving in nails, la titletrack, Splinters e Bright Lights. Ci sono poi Crushed da Restriction, Distorted Angels e Baptism da Axiom e ancora Bullets e Controlling Crowds dall’omonimo disco, con Fuck you da Noise, Sane da Lights, e infine Numb da You All Look the Same to Me.

Momento migliore

Le intime e cinematiche suggestioni di Distorted Angels, Bullets, Numb e Fuck You con il ritornello cantato all’unisono anche dal pubblico.

Pubblico

Pubblico non molto numeroso, ma entusiasta e totalmente rapito dal live.

Conclusioni

Una band che in sede live suona in maniera impeccabile, senza sbavatura alcuna. Carisma e perfezione tecnica, per un live dal grandissimo impatto emotivo. Poco importa dell’assenza di un bis, della durata del concerto di un’ora e mezza circa: gli Archive dal vivo sorprendono e coinvolgono. Ed è inoltre proprio sul palco che l’dea alla base del progetto, quella di collettivo, esplica il suo intento più evidente: quello di condividere musica per creare emozioni pure, vere e sincere.

(pubblicato su www.rocklab.it)

The Dillinger Escape Plan @ Orion – Ciampino, 29 giugno 2017

I Dillinger Escape Plan sono da anni un’icona musicale che trascende i generi, che soverchia le regole nella contaminazione dissonante ed estrema di grind, mathcore, free jazz, industrial e varie derivazioni del metal, nel caos ragionato di un sound inconfondibile e potente.

La notizia dello scioglimento della band, del loro ultimo tour europeo in occasione dei 20 anni di carriera e dell’uscita del loro album definitivo Dissociation avrà di certo creato scompiglio tra i fan della band più pericolosa del pianeta e grande attesa nel rivederli una volta ancora dal vivo.

Le circostanze più o meno avverse,  la  fatalità, il caso o il destino – chiamatelo come vi pare – hanno inoltre fatto sì che prima venisse annullato il tour europeo di febbraio, a causa di un brutto incidente stradale capitato alla band e che, dopo la riprogrammazione estiva, ci fosse anche un cambio di location della data romana. Ma tutto è bene quel che finisce bene e alla fine i Dillinger hanno fatto tappa all’Orion di Ciampino lo scorso 29 giugno, lasciando sul banchetto del merch anche originali memorie del loro precedente passaggio al Copenhell.

A riscaldare gli animi della serata ci hanno pensato le follie tecniche, veloci, aspre e non convenzionali degli INFERNO Sci-Fi Grind’n’Roll e l’oscurità rituale, tribale e distorta degli OvO – una garanzia sonora nostrana che non lascia mai indifferenti.

Sovrastati da un mix di luci da crisi epilettiche, video che mescolano immagini di occhi che fissano il vuoto e simboli esoterici, tra realtà e allucinazione, salgono poi sul palco i Dillinger Escape Plan. Il loro live è sofisticato e complesso, raffinato e ruvido, violento e perfetto. La violenza che su disco penetra l’ascoltatore in maniera già preponderante dal vivo diventa furia cieca, vortice feroce di suoni nel quale si viene fagocitati senza opporre resistenza alcuna.

Frenesia e versatilità, perfezione tecnica e aggressività ritmica la fanno da padrone, mentre l’interazione della band col pubblico è totale. La gente si dimena; sale sul palco per abbracciare i proprio idoli; canta a squarciagola incitata da Puciato; batte le mani. Sono tutti uniti da una sorta di delirio collettivo.

All’interno di questo labirinto sonoro extrasensoriale, la poliedricità vocale di Greg Puciato scava i timpani dei presenti, tra urla affilate e melodie pungenti, mentre Ben Weinman usa la sua chitarra come un pugnale pronto a ferire, agitandosi in maniera ossessiva e arrampicandosi ovunque, e Liam Wilson al basso, Kevin Antreassian alla chitarra e Billy Rymer alla batteria, solcano le orecchie dei presenti con rabbia e precisione millimetrica.

La selist poi non lascia un attimo di respiro e percorre buona parte della loro carriera. Ci sono: Prancer, When I Lost My Bet e One Of Us Is The Killer dall’ominimo album; Black Bubblegum e Milk Lizard da Ire Works; Surrogate, Symptom of Terminal Illness e Limerent Death dall’ultimo Dissociation, Panasonic Youth e Sunshine the Werewolf da Miss Machine; Farewell, Mona Lisa e Good Neighbor da Option Paralysis; Weekend Sex Change da Calculating Infinity. Sempre da Calculating Infinity viene pescato il brano 43 % Burnt, ultimo pezzo dell’encore, che come un detonatore impazzito fa esplodere tutta la sala.

Un live dei Dillinger Escape Plan è uno spettacolo assoluto ed estremo, sia per gli occhi che per le orecchie. È energia devastante, personale, forte e suggestiva. Colpisce con forza in profondità per resa tecnica e impatto scenico ed è triste pensare che questo tour sia l’ultima occasione per poterli vedere dal vivo. Preferiamo sperare che non sarà effettivamente così, continuando a calcolare l’infinito.

(pubblicato su www.rocklab.it)

The Dandy Warhols @ Monk Club (Roma) – 17 febbraio 2017

The Dandy Warhols

Attitudine e visual:
Quella dei The Dandy Warhols è una carriera che cavalca gli anni Novanta e i Duemila su uno sfondo sonoro tutto americano e ispirato da Velvet Underground, Beach Boys, Shadows, Beatles e Rolling Stones. È il loro alt-rock a dipingere il palco del Monk Club con immagini ritmiche variegate che vanno dall’indie-rock al garage, fino allo shoegaze, senza disdegnare incursioni psych.

Un live che rivela sul palco, e in maniera più che esaustiva, le diverse anime della band, lambendo territori diversi e alternando istanti più ruvidi e graffianti a freschezze melodiche. Ripercorrendo buona parte della loro carriera, Courtney Taylor-Taylor e soci edificano così un concerto fatto di attimi dall’indole pop e giocosa, ma anche da momenti lisergici: mescolando a più riprese la melodia lineare alle acide distorsioni.

Audio:
Buona nitidezza sonora che ben restituisce le differenti sfaccettature armoniche del sound dei The Dandy Warhols.

Setilist:
Il tour di supporto dell’ultimo album Distortland, dal quale vengono pescati i brani STYGGO, le derive sghembe di You Are Killing Me e il midtempo Catcher in the Rye, è anche l’occasione per ascoltare altri pezzi della lunga carriera della band. Si parte infatti con le atmosfere lisergiche di Be-In per passare alle note scanzonate di Not If You Were The Last Junkie On Earth, e procedere con Crack Cocaine Rager, Get Off, I Love You, Plan A, Holding Me Up e GodlessEvery Day Should Be A Holiday e Welcome to the Monkey House vengono invece eseguiti in solo da Courtney Taylor. Non poteva infine mancare a loro hit più celebre, Bohemian Like You, e il brano We Used To Be Friends.

Pubblico:
Un pubblico di fan incalliti, di certo non della prima ora, di fedelissimi e di amanti di certe atmosfere anni Novanta, pronti a dondolare sulle note proposte live dalla band.

Conclusione:
Un live gradevole che funge quasi da compendio alla carriera musicale dei The Dandy Warhols e che conserva, ed esprime al meglio, quell’attitudine un po’ wierd e un po’ da hit patinata e briosa tipica del gruppo.

(pubblicato su www.rocklab.it)

I Giardini di Chernobyl + Psicosi di Massa + Forgotten Dust @Defrag, Roma – 27 gennaio 2017

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Non di solo Indie Pop vive l’uomo, anche se a guardare la scena musicale italiana sembra che oggi ci sia una netta predominanza del genere. Noi di Rocklab amiamo scrutare l’underground italico sotto diversi punti di vista, indagare le diverse sfaccettature del suono, puntando anche a una più ampia visione sonora: lambendo spesso territori anche più “estremi”. Con questo animo, da tempesta e assalto, ci siamo avvicinati alla serata del 27 gennaio che ha visto avvicendarsi sul palco del Defrag di Roma: Forgotten Dust, Psicosi di Massa e I Giardini di Chernobyl.

La grinta dai graffi Metal dei Forgotten Dust apre le danze, trasportando i presenti all’interno di un cupo vortice di riff granitici, di melodie dure e d’impatto. Una voce tagliente e ruvida esplora con rabbia i suoni, mentre la sezione ritmica brucia il palco con furia martellante. L’atmosfera che la band riesce a creare è impetuosa, carica di messaggi contenuti nei testi, e tenebrosamente devastante.

La scena poi si tinge di un’oscurità diversa, non per questo meno penetrante, ammantata da una coltre nera che sa di post punk e new wave, ma anche di estemporanee e inaspettate incursioni jazzy – come accade al passaggio di “Decadenza”. È la volta degli Psicosi di Massa. Il loro baricentro sonoro strizza l’occhio a visioni che alternano anime Eighties (Killing Joke), a stanze Nineties che sembrano grondare di sudore e rivalsa; il tutto condito da un atteggiamento punk e da una primordiale indole sonica che conserva il sapore polveroso del palco e il sano piacere di suonare. Il mix di suoni è potente, granitico e intenso. Andrea Audino puntella la scena con carisma e imprevedibilità. Ogni sua mossa, carica di istinto, danza con la sua voce sghemba e spesso declamatoria, mentre tutto si fonde con i preziosi e densi giri di basso di Renato Micelli, i synth cupi e corvini di Andrea Fiaschetti, i riff eleganti e al contempo rocciosi di Aldo Vallarelli e il drumming di Pierpaolo Audino, carico di energia veloce e perfezione esplosiva.

A chiudere la serata arrivano I Giardini di Chernobyl (Emanuele Caporaletti, voce e chitarra, Stefano Cascella al basso e Simone Raggetti alla batteria), band nota alle pagine di Rocklab con all’attivo il disco “Cella Zero” e l’Ep “Magnetica”. I ragazzi salgono sul palco completamente vestiti di bianco quasi a richiamare le “gesta” in chiave sonora dei Drughi di Arancia Meccanica, restituendo un live che pizzica le orecchie con violenza ritmica. I brani degli album dal vivo acquisiscono maggiore forza e incisività. La potenza dell’esecuzione, più intensa che su disco, erige un muro sonoro che non lascia indifferenti, mentre nebbie shoegaze si mescolano a leggere brezze grunge e a tempeste nu-metal.

Una serata in definitiva fatta di gesti, musica pura e condivisione, una serata “ribelle” e “sotterranea”.

(pubblicato su www.rocklab.it)

Sophia @ Monk Club [Roma, 9 novembre 2016]

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Attitudine e visual
Ci sono live che non sono semplicemente tali, ma sanno sprigionare bellezza intima e intensità rare, di quelle che ti entrano nella pelle e che si insinuano a lungo e profondamente nella testa e nel cuore. I live di Robin Proper-Sheppard e dei suoiSophia ne sono l’esempio più calzante. Anche in occasione del concerto al Monk Club di Roma le emozioni hanno danzato insieme alla musica, riversandosi sul palco con tutto il loro abbagliante splendore, ammantate da una scena fatta di luci soffuse ed empatia contagiosa. Dopo anni di tour da solista, Robin Proper-Sheppard è accompagnato dalla band al completo: giovanissimi musicisti dalle capacità tecniche prodigiose che sanno regalare un valore aggiunto, pregno di energia e vitalità, alle già meravigliose composizioni. Le parole, spesso dolenti, giocano così con la forza dei suoni; l’esistenzialismo dei testi si mescola alla potenza delle melodie; la grazia tenue insita nelle canzoni genera un equilibrio perfetto con la costruzione corposa del ritmo. Robin canta con la sua voce sghemba, ad occhi chiusi, mentre il verbo cantato si incontra col vortice sonoro sulla sottile linea che unisce il live alle sensazioni che esso genera.

Audio
Il Monk Club è uno di quei pochi luoghi in cui godersi il piacere del suono. Il sound dei Sophia arriva alle orecchie pulito e penetrante, raccogliendo al suo interno tutte le possibili sfumature: dalla dolcezza delle ballate più quiete alla forza intransigente delle note più potenti.

Setlist
In questo live, più del solito e rispetto all’ascolto su disco, i brani dei Sophia acquisiscono forza, vigore e arrangiamenti nuovi. Diventano pezzi carichi di maggiore energia in un tripudio di forme delicate modellate su derive sonore più dense e distorte. L’ultimo album As We Make Our Way (Unknown Harbours) viene eseguito quasi tutto, ondeggiando nel mare dalla carica esplosiva di Resisting, vagabondando con The Drifter, fino a cullare il pubblico con Baby, Hold On e It’s Easy To Be Lonely. C’è anche il momento per guardare al passato del gruppo con pezzi indimenticabili come If Only, Desert Song No. 2, BstardsI Left You. Dopo due ore piene di concerto, tutto infine sprofonda nel bis e nella meraviglia glaciale di River Song che si colma di graffi ritmici e distorsioni senza sosta.

Momento migliore
Ascoltare un album, ma con tutta l’intensità che la sua esecuzione dal vivo può sprigionare, immergersi poi nel magma decadente di If OnlyDesert Song No. 2, Bastards e I Left You e infine naufragare nella tempesta di River Song.

Pubblico
Il pubblico apre il cuore e la mente trascinato dal live. Robin Proper-Sheppard fa lo stesso, interagendo a più riprese con i presenti e concedendo nel bis la tanto richiesta River Song.

Locura
A dispetto di quello che la malinconia dei suoi testi possa forse far immaginare, RobinProper-Sheppard è una persona simpatica che ama dialogare col suo pubblico, scherzare e raccontare aneddoti simpatici e divertenti.

Conclusioni
Sul palco Robin Proper-Sheppard apre le porte del suo universo personale. È un mondo, il suo, che riesce sapientemente a rappresentare istanti collettivi, perché sa raccontare momenti di vita che in fondo possono appartenere a chiunque. In sede live l’Io diventa con forza un Noi collettivo, fondendosi all’interno di un abbraccio sonoro caldo e sincero.

(pubblicato su www.rocklab.it)

TOdays Festival 2016: il video racconto

Guida al TOdays Festival: quando la periferia diventa il centro della musica

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Abbiamo seguito la seconda edizione del TOdays Festival e per l’occasione abbiamo voluto scrivere qualcosa di diverso, applicando la formula della guida già utilizzata per gli europei Northside ed Exit Festival, perché il TOdays non ha nulla da invidiare a questi eventi stranieri. È un cuore pulsante di vibrazioni nazionali e battiti internazionali che si mescolano tra loro per creare un unico linguaggio universale: quello della musica.

Buona lettura!

26 Agosto
Il primo giorno di Festival si apre con due band di “casa”: con l’elettronica spruzzata di venature jazzy dei Pugile e i synth lisergici dei Niagara. È poi la volta di IOSONOUNCANE e delle sue sperimentazioni sia musicali che vocali, capaci di mescolare le morbidezze di una chitarra acustica alle asprezze dei synth, costruendo vortici sonori difformi che perlustrano l’album DIE con brani come Tanca, Stormi e Mandria. Si viene poi invasi dalle mille luci colorate fuse agli intrecci vocali, ai synthetismi di ogni genere e a qualche spruzzata di sassofono degli M83. La band inizia con Reunion e poi pesca spesso e a piene mani dall’album Hurry Up, We’re Dreaming proponendo anche la super hit da pubblicità “Midnight City” che manda in visibilio il pubblico in un arcobaleno di suoni e glitter; a metà strada tra pop, dancefloor e vaghi echi shoegaze. Ci si sposta poi dallo sPAZIO211 all’ex fabbrica INCET per immergerci, dopo la magnetica e sperimentale opening act di Paolo Spaccamonti, nel mondo oscuro di suoni – che la location rende ancor più claustrofobici – di John Carpenter. È come vivere tra le sequenze dei suoi film, mentre scorrono le immagini e il maestro, più giovane di tanti giovani, incanta il pubblico e lo spiazza, personificando anche semplici note. Oltre ad alcuni brani del suo ultimo Lost Themes come Vortex e Night, Carpenter propone le visioni filmiche di Escape From New York, Assault on Precinct 13, They Live: Coming To L.A., The Thing, The Fog, Christine e Halloween Theme. C’è posto anche per la rilettura del tema di Prince of Darkness con dedica a Dario Argento.

27 agosto
La seconda giornata si apre allo sPAZIO211 con gli Stearica e con la loro musica lontana dalle parole e vicina alla metamorfosi del caos. Il loro mini-set è un flusso di clangori sonori, deflagrazioni che divampano e ruvidi passaggi ritmici che sembrano quasi evaporare nell’aria avvolgendo presenti. La “primavera” dell’album Fertile al TOdays diventa estate calda e potente. È poi la volta dei romani Giuda che, tra punk e glam, catturano per presenza scenica, soprattutto quella del frontman che sembra divorare il palco con la sua esuberanza; il tutto immerso all’interno di un sound lineare, semplice e allo stesso tempo immediato. Francesco Motta porta sul palco del festival il suo La fine dei vent’anni, un disco che live risulta ancor più energico e d’impatto. Poi, l’oscurità dei The Jesus And Mary Chian avvolge poi il pubblico. Dopo un piccolo problema tecnico, legato al volume troppo basso del microfono che impedisce a Jim Reid di cantare come vorrebbe, la band apre con le note di April Skies. Le tracce del set, tra cui It’s So Hard, Some Candy Talking, Happy When It Rains, Reverence, Never Understand, Taste of Cindy e Just Like Honey, scorrono placidamente e con una certa potenza, ma forse con troppa pulizia di suono e d’intenti per un gruppo che ha fatto dei graffi e dei feedback il proprio marchio di fabbrica. In definitiva un live godibile senza infamia e senza lode. L’ex fabbrica INCET, dopo il live de I Cani, si accende di luci e pulsazioni bianche e abbaglianti con i Soulwax. Immersi in una sorta di gigantesco studio di registrazione ricreato sul palco, con tre batterie, tastiere, voci e mixer, la band sconvolge il pubblico con fiamme sonore che dalla simmetria delle postazioni viaggia nel cemento ed esplode dagli strumenti e fuori dal palco.

28 agosto
La terza e ultima giornata del festival ha il via al parco Aurelio Peccei con le parole e l’atmosfera intima del reading di Elio Germano e Teho Teardo, liberamente tratto da Viaggio al termine della notte di Céline. Ci si sposta poi verso lo sPAZIO211 dove ad aprire le danze c’è Victor Kwality, già voce degli LNRipley, che presenta un ibrido sonoro capace di evocare luoghi diversi, per poi lasciare il posto alla psichedelia ipnotica e distorta dei The Brian Jonestown Massacre. La band trasporta i presenti in un vortice lisergico e reiterato di suoni: acide atmosfere senza tempo. Tra le peripezie ritmiche di Anton Newcombe e il tamburello di Joel Gion, i suoni si fanno via via più carichi fino alla deflagrazione finale. Scorrono così: Geezers, Whatever happened to them?, Who?, Nevertheless, Groove Is In The Heart, Anenome, Days, Weeks and Moths, Servo, Pish, The Devil May Care (Mom & Dad Don’t), Yeah Yeah e Goverment Beard. I Local Natives tingono la scena con un indie-pop un po’ naïf e poco convincente, mentre i Crystal Fighters disegnano sul palco un calderone visivo fatto di fiori e foglie, con il cantante vestito come un guru indiano e le coriste come delle cubiste. La band di “I Love London” propone una giungla sonora fatta di elettronica cafona, ambientazioni pseudo hippie con ukulele annesso e botte pop: danze, bandiere e palloni in aria, per un elogio del kitsch che fa scatenare il pubblico. La fine del TOdays è affidata al Sabba dei Goat, all’interno di un rituale psych e tribale fatto di percussioni incessanti, mantra vocali e maschere cerimoniali. Le “preghiere mistiche” del gruppo vengono pescate sia dall’album World Music che da Commune. Spazio anche per il brano I Sing in Silence, tratto dall’album Requiem in uscita il 7 ottobre, mentre la magia della loro musica spinge i presenti in un universo parallelo, atavico e perpetuo di suoni.

Location e storia
Il crocevia sonoro e artistico del TOdays Festival nasce nel 2015 e si sviluppa per dare anima e corpo alla periferia urbana, riqualificandola, dandole nuova forza e vigore. Riappropriandosi e modellando gli spazi industriali e le visioni architettoniche che volgono lo sguardo sulle strade, i graffiti e le case di un quartiere suburbano e complesso come quello di Barriera di Milano, il festival muove i suoi passi nella musica, e attraverso di essa, per collocare un ponte tra la periferia stessa e la città tutta.

Logistica
Il festival si sviluppa interamente lungo l’asse di via Francesco Cigna e abbraccia location differenti tra loro. Ed è come fare una passeggiata all’interno del quartiere stesso, camminando tra gli spazi verdi dello sPAZIO211 e il parco Aurelio Peccei, vagando tra le pareti bianche del museo Ettore Fico e tra le travi di cemento dell’ex fabbrica INCET.

Da non dimenticare inoltre che, oltre alla musica live, il TOdays è stato anche altro: presso la Galleria d’Arte Gagliardi e Domke, affascinante spazio dove sorgevano vecchie acciaierie e ora luogo d’eccellenza dell’arte contemporanea in città, si è svolto il TOLAB: una tre giorni di incontri, conference, workshop e laboratori creativi.

Drink And Food
La varietà è assicurata. È infatti possibile acquistare un vasto assortimento di cibi: dai panini vegetariani ai panini “carnivori” con la porchetta fino agli Hot Dog dello sPAZIO211, per poi ampliare la scelta con specialità più particolari, come l’hamburger di salsiccia con olio di valeriana, dell’ex fabbrica INCET. Anche sul versante drink c’è molta scelta. Si va dalla classica birra all’acqua per gli astemi, dai long drink ai superalcolici acquistabili nel furgoncino dal sapore anni Sessanta adibito a chiosco dello sPAZIO211. C’è la possibilità di acquistare anche il caffè, una novità non presente solitamente in tutti i festival.

Tipi da Festival
Il pubblico varia in base al mood della giornata, partendo dagli hipster elettronici e i cinefili incalliti della prima serata, passando per le anime dark della seconda e finendo con gli spiriti fricchettoni dell’ultima giornata.

Kit di sopravvivenza
spray anti-zanzare: l’unico spray utile per sopravvivere al festival e alle punture
K-way e/o ombrello: per essere previdenti, perché si sa che a un festival tutto è possibile, anche un temporale in piena estate.

Dresscode
A Torino a fine agosto fa caldo, molto caldo. Si consiglia quindi di usare vestiti leggeri che seguano ovviamente il gusto e l’indole personale. Per i più freddolosi è consigliabile una maglietta/felpa per la sera.

Conclusioni
Dalle “macerie” della periferia si può rinascere e si può creare nuova linfa vitale e “cultura alternativa”. Il TOdays Festival ci è riuscito in maniera eccelsa, divenendo fulcro centrale e vivo di un universo, fatto di contaminazioni sonore e forme d’arte differenti, in cui le immagini di una Torino post industriale si evolvono verso un altrove musicale concreto, all’interno di un “sobborgo nascosto” che potrebbe facilmente appartenere a qualunque luogo del Mondo.

(pubblicato su www.rocklab.it)