Il folk visionario di Lou Rhodes: l’intervista all’altra metà dei Lamb

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Il folk visionario di Lou Rhodes: l’intervista all’altra metà dei Lamb. Leggi l’intervista completa su:

http://www.indie-eye.it/recensore/coverstory/il-folk-visionario-di-lou-rhodes-lintervista-a-laltra-meta-dei-lamb.html

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Robin Proper-Sheppard: “Siamo sempre alla ricerca di qualcosa”

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In occasione della data romana al Monk Club dei Sophia, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Robin Proper-Sheppard. Partendo da un simpatico “fuori onda” relativo all’elezioni di Donald Trump, che Robin ha commentato così:

“è divertente perché gli italiani dicono: noi abbiamo avuto Berlusconi e io penso sia un po’ la stessa cosa. Ma se Berlusconi è come uno stupido, Trump è veramente una persona stupida. In Inghilterra poi pensano che la Brexit sia un bene. Il Mondo sta veramente impazzendo.”

ci siamo poi immersi tra le lande sconosciute del suo ultimo album “As We Make Our Way (Unknown Harbours)”, tra le derive, spesso malinconiche, della sua musica, e ci siamo imbattuti in una conversazione intima e un po’ filosofica sulla vita, le relazioni e gli amori…alla ricerca di un posto da chiamare casa.

Sofìa in greco vuol dire “conoscenza”, “sapienza”. Il senso della tua musica si trova forse a metà strada tra il sapere e il non sapere, il noto e l’ignoto. Non è così?

Sì, ed è proprio per questo che ho scelto questo nome. Ho una parte di conoscenza dentro di me, nelle mie emozioni e nella realtà, ma nella vita non ho conoscenza di tutto, come in amore. Ed è proprio da questa idea che nasce la musica dei Sophia.

Con l’ultimo album sembra esserci stata una sorta di evoluzione nel processo creativo dei Sophia soprattutto dal punto di vista testuale; sembra esserci stato uno spostamento del punto di vista, una sorta di passaggio dall’ “Io” al “Noi”. È così?

Assolutamente! Molti dei dischi dei Sophia hanno raccontato storie d’amore, storie di amori infranti. Questo disco rappresenta davvero un’unica storia. È un po’ della mia vita, ma anche del modo in cui io mi relazione con le persone. Non c’è: “Tu hai spezzato il mio cuore”, “Io ho spezzato il tuo”. Rappresenta più un “l’abbiamo fatto insieme”. Si tratta esattamente di questo.

È in un certo senso anche un disco più positivo rispetto al passato?

Credo che ci siano piccoli elementi di positività, ma davvero piccoli.

I “posti sconosciuti” del titolo rappresentano un po’ l’incertezza della vita stessa e le derive spesso sconosciute che il destino pone sul nostro cammino?

Sophia in greco vuol dire conoscenza, sapienza. Il suo opposto è la non-conoscenza. Non credo che questo sia un ostacolo, ma più una forma di libertà. Questo è il mio modo di vedere le cose: fatte di conoscenza e di non-conoscenza. Il brano vuole incorporare questa idea. Il più grande ostacolo nella mia vita è quello di non sentirmi mai veramente a casa. “Unknown Harbours” parla dell’idea che in realtà non si conosce mai veramente dove si sta andando nella vita e dove si ha intenzione di finire. Il mio migliore amico dice che penso troppo. In realtà cerco solo di capire cose del tipo: “Perché questa cosa accade? Perché potrebbe accadere? Se dovesse accadere…in realtà il fatto che esistano luoghi sconosciuti è una cosa buona. Non è un’ostacolo; è appunto una forma di libertà.

“Resisting” sembra celare una sensazione di rimpianto o rimorso e allo stesso tempo sembra nascondere l’idea di una volontà interiore che spinge sulla realtà senza però sapere contro cosa si sta combattendo. È un po’ come il gioco degli opposti che viviamo relazionandoci con il Mondo, nell’amore, nelle relazioni. Non è così?

Uno dei grandi problemi che riscontro nei rapporti, in generale, è che a volte non si è in grado di accettare quello che c’è di buono negli stessi. Combattiamo sempre contro qualcosa, siamo sempre alla ricerca di qualcosa contro cui combattere. Questa natura per me è rappresentata dal concetto di “resistenza”. Rappresenta il perché noi dovremmo solo accettare la situazione, perché forse molte relazioni sono difficili ma sono anche depositarie di tanta bellezza, e questo è un bene. Credo che nella nostra natura ci sia l’idea di opporsi alle cose belle della vita. Se la mia vita va bene, qualcosa di negativo sicuramente sta per accadere. Quando qualcosa va bene, allora comincio a preoccuparmi e a respingere il fatto che qualcosa possa andare storto. “Resisting” rappresenta questa idea.

In “It’s Easy To Be Lonely” dici: “The sum of our choices And the stakes that we made” dici anche “And it’s easy to be sad, And it’s easy to let go, And it’s easy to be glad”. Volevi per caso racchiudere all’interno del brano la dualità dell’esistenza stessa?

Certamente. In tutti gli errori che facciamo nella vita, c’è qualcosa che riflette quello che siamo. Allo stesso tempo, ci sono tutte le opportunità che prendiamo. Anch’esse riflettono quello che siamo. Quindi da un lato abbiamo gli errori che ci fanno stare male, ma dall’altra parte abbiamo tutte le opportunità e le cose belle della vita. In realtà, nella mia vita sono stato sempre più un pessimista. Ora almeno cerco di essere più positivo, provando ad accettare sia il bene che il male. L’idea che si cela dietro questo brano viene da questo.

Ma poi è davvero così facile essere soli?

“It’s Easy To Be Lonely” è un po’ un gioco di parole. Ho trascorso molto tempo per conto mio, solo con me stesso, ma non mi dispiace questa solitudine.

Molte persone hanno infatti paura a rimanere da sole con se stesse…

Sì, alcune persone non riescono proprio a stare sole.

In “The Drifter” c’è un riferimento all’idea di sentirci spesso come nomadi nel mondo, al fatto che cerchiamo un posto dove sentirci a nostro agio e spesso non lo troviamo?

In tutta la mia vita sono sempre stato in un certo senso una persona alla deriva. Ho lasciato casa quando avevo diciotto anni. Per lungo tempo ho sempre dato la colpa a qualcuno, a una situazione, a qualcosa, e credo che in “The Drifter” io sia riuscito a realizzare una sorta di accettazione del fatto che tutti questi conflitti, questi problemi li ho creati in me stesso. Ho deciso di sparire per un po’, sia musicalmente che a livello emozionale. Non volevo avere relazioni da distruggere.

L’ancora in copertina cosa rappresenta?

La speranza di trovare una casa.

Rappresenta la necessità di trovare una sorta di ancora di salvezza?

Sì, in un luogo dove si può sempre tornare. In un certo senso è l’idea di una speranza, che esista qualcosa che ci possa guidare da qualche parte. Non so dove.

In “Don’t Ask” dici: “Everybody is running for something”. Quale verità si nasconde dietro questo brano?

È una verità, ma credo che rappresenti più una sorta di accettazione. È l’idea che tutti hanno qualcosa dentro loro stessi da custodire e nascondere. È un brano che parla delle persone per quello che sono, dei loro errori e delle possibilità che hanno colto. Basta rendersi conto che non si ha bisogno di conoscere tutto dell’altro per amarlo, che forse conoscere tutto non è la cosa migliore.

Visto che hai trattato il tema in maniera approfondita attraverso la tua musica, cosa è per te oggi l’amore anche in un senso più ampio e universale?

Non saprei…Ho avuto grandi amori e persone importanti nella mia vita, ma allo stesso tempo sono solo…Sono abituato ad avere un’idea romantica dell’amore, ma non saprei.

Per concludere..il viaggio come peregrinare nella vita, ricerca di qualcosa è forse un po’ insito nel tuo DNA. Il tuo viaggio ha raggiunto una qualche meta o continua a cercare il suo posto giusto?

Credo che tutti siano alla ricerca di una meta..questa idea di un’ ”ancora”. Così come è difficile riuscire a dire cosa rappresenti l’amore per me, è anche impossibile riuscire a definire un luogo da chiamare casa. Questo è qualcosa che adesso ancora non so, ma in realtà so che è possibile trovare una casa da qualche parte. Siamo sempre alla ricerca di qualcosa.

Credo che, dopo tutto, il vero luogo che tu puoi chiamare casa risieda nel tuo cuore, in te stesso…

Sì, certo. In qualche modo posso chiamare qualunque posto casa. Ovunque io sia, ma allo stesso tempo spero che troverò un posto tangibile e poter dire: “questa è la mia casa”. Lo spero.


English Version

Before the live of Sophia at Monk Club in Rome, we have talked with Robin Proper-Sheppard. Starting with a nice “off the air” about the elections of Donald Trump, that Robin commented:

“It’s funny because the Italians say that: “We had Berlusconi”. I Think that is a little bit the same. But if Berlusconi is like a stupid, Donald Trump is very like a stupid person. In Uk thinks that Brexit is well. The World is going crazy right now.”

We then immersed among the unknown lands of his last album “As we make our way (Unknown Ports)”, among the drifts, often melancholic, of his music and we chanced upon into an intimate conversation, and a little “philosophical”, on life, relationships, love…looking for a place to call home.

Sophia in Greek means “knowledge”. The sense of your music instead is perhaps in half road, between the knowledge and non-knowing, the well-known one and the unknown. Is not it like that?

Yeah, It’s a reason why choose the name. The Irony…I have knowledge maybe in myself, in my emotion, in reality but in life I don’t have much knowledge it all. In Love I don’t have much knowledge. That’s where Sophia music comes from.

In this last album seems to have been a kind of evolution in the creative process. In this album seems to have been a moving of the point of view, a kind of passage from “I” to “We”. Is it like that?

Asbolutely! Most of the Sophia records have told about love stories, broken love stories. This record is really about like one story. It’s kind of about my life, but It’s also about the way that I relate to the people in my life. There isn’t: “you broke my heart”, “I broke your heart”. It’s more: “We have done togheter”. It’s about exactly that.

Is it, in a way, also an album more positive compared to the past?

I think that there is small elements of positive, just very small.

Do the “Unknown Harbours” of the title represent a little the life’s uncertainty and the drifts, often unknown, that the destiny puts on our way?

Sophia is Knowledge, Knowing. The opposite is unknowing. I don’t see that is an obstacle. In someway I see that is a freedom, but that’s the way that I see that: knowing and unknowing. I will say that “Unknown Harbours” in the idea behind it. The big obstacle in my life is I never really feel like find a home. And Unknown Harbours” talk about the idea that ‘s no really knowing where you are or where you gonna end up. My best friend say that I think too much. But I’m always trying to figure out everything like: “Why did this happening? Why could this happening? Should this happen..” In someways the fact that there are unknown harbours is a good thing, It’s not an obstacle, It’s a kind of freedom.

Resisting seems to conceal a regret’s sensation or remorse and, at the same time, it seems to hide the idea of something that it pushes on the reality without nevertheless knowing against what he is fighting. It is a little like the game of the opposites that we live everyday, in the love, in the relationships. Is it like that?

One of the big problems that I find the in relationships, in general, is that sometimes who not able to just accept the good in them. We always can fighting against something, we always trying to find something and fight again. And this nature is the idea of “resisting” about to me. It’s the idea that why can we just accept the situation, because most relationships maybe are difficult but there’s a lot of beauty too, that is well. I think that is our nature that just can push against the good things in our life. It’s almost like that if the good is must be bad, it’s must be something wrong. If my life is good, something bad is going to happened. When something is too good, then I start to worry about it and I push away that the event is going bad. For me “Resisting” represents this.

In It’s Easy To Be Lonely you say: “The sum of our choices And the stakes that we made”..and the you say also “And it’s easy to be sad, And it’s easy to let go, And it’s easy to be glad”. Did you want to contain inside the song the duality of the existence?

Absolutely. In all the mistakes we make in life, there’s a kind to create who we are. At the same time we have all the chances that we take. All of the kind of opportunities we try to follow represent also who we are. So in one hand we have the mistakes, that’s makes feel bad, but on the other hand we have the opportunities and the good in life. Really in my life I’ve been much more like a pessimist. And now I have at least the idea to try to be more positive, try to accept the good and the bad. The idea behind the song comes from this.

Is it really easy to be lonely?

“It’s easy to be lonley” is kind a little bit of a play on words. I spend a lot of the time on my own, but I don’t mind being on my own, I don’t mind being alone.

Many people, indeed, are afraid to stay alone with themselves …

Yes, some people can’t be alone.

In “The Drifter” is there a reference to the fact that we look for a place where to feel good and often we don’t find it, like a nomad in the world?

Yeah, I always been drifter, in a way, in all my life. Since I was eighteen I left home. For so long time I always been trying to put the blame to somebody else, to some situation, to some person. In “The Drifter”, I think, I finally accepting the fact that a lot of this conflict, a lot of this problem I created in myself. I decided to disappear for a while, musically, emotionally…I didn’t wanna have relationships to destroy.

The anchor of the artwork what does it represent?

The idea of anchor represent the hope to find a home.

Does it represent the necessity to find a kind of lifeline?

Yeah, in a place where you can always go back to. In someway this is the hopeful idea that maybe something going to guide me somewhere. I don’t no where.

In “Don’t Ask” you say: “Everybody is running for something”. Which truth does it want to bring out this song?

It’s a truth but, I think, is more an acceptance. It’s the idea that everybody has somenthing within them, that they need keep in themselves. It’s really a song that speak about the people for who they are, the mistakes that they’re made, the chances that they have taken. Just realise that you don’t have to know everything about someone to love. If you do know evereything about them, maybe such a not good thing.

Given that you have dealt the theme in way deepened through your music: What is the love for you today, also in a wider and universal sense?

I don’t know….I had really big loves in my life, really importan people in my life but at the same time I’m alone….I used to have such a romantic idea of love, but I don’t know.

The journey how to wander in the life, like research of something…Has your journey reached any goals or keeps on looking for his just place?

I think all always be looking for this place. That’s the idea about the anchor. Such as It’s impossible for me to know like define what love is to me, I think It’s also impossible really find a home. That’s something that I don’t know now, but actually I know that It’s possible can find a home somewhere. We always be searching for something.

I think that, after all, the true place that you can call home is in your heart, in yourself..

Yes sure. In some small way I can call everywhere home. Wherever I am…but at the same time I hope that I will find some concrete place and I’ll can say: “This is my home”. I hope so.

(pubblicato su www.rocklab.it)

Intervista ai Big Ups: “le persone sono in realtà qualcosa di più del loro valore economico e sociale.”

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I Big Ups sono Brendan Finn, Joe Galarraga, Amar Lal e Carlos Salguero, hanno all’attivo due album Eighteen Hours of Static (2014) e l’ultimo Before A Million Universes (2016), e nascono come band tra i banchi della New York University. Il loro sound è una miscela esplosiva che strizza l’occhio alla scena musicale anni Novanta, con una visione contemporanea della musica carica di elettricità. Abbiamo intervistato Joe e Brendan per scoprire qualcosa in più sulla loro musica e sul loro modo di concepire la vita, fatto di momenti da condividere, di istanti intimamente personali e leggera attitudine politica e sociale, di rabbia e frustrazione in cui è sempre nascosto un barlume di speranza. Parafrasando un po’ Walt Whitman, lasciate dunque che le vostre anime restino quiete e serene dinnanzi alle interpretazioni dei loro “mille universi”.

“Big Ups” è una frase particolare e il suo significato forse è anche difficile da spiegare in altre lingue. Cosa significa per voi?

Joe: Il nome non ha un significato personale e preciso per noi. Era semplicemente un nome che ci faceva stare bene quando abbiamo iniziato a suonare (intorno al 2010). Credo che se qualcuno volesse scavare più a fondo, questa potrebbe semplicemente rappresentare una frase dal valore positivo che usiamo quando suoniamo.

Come nascono i Big Ups? Eravate tutti studenti di tecnologie musicali alla NYU giusto?

Brendan: Sì giusto, eravamo tutti studenti di tecnologie musicali alla New York University. Abbiamo iniziato a suonare insieme subito dopo che ci siamo conosciuti, perché io, assieme a Joe e Amar, suonavamo in una band surf rock chiamata “Aaron and the Burrs”. Questa band ha avuto una vita breve e successivamente abbiamo formato i Big Ups con Carlos al basso. Abbiamo così iniziato a suonare ovunque e a divertirci, che poi in realtà era tutto quello che ci serviva in quel momento.

I vostri testi sono molto politici in termini di contenuto, ma in realtà molto più personali di quanto possa sembrare all’apparenza in termini di contesto. Sembrano più delle meditazioni su degli argomenti che balenano nella vostra mente e che vi preoccupano, ma che riescono a diventare tematiche sociali condivisibili da molte persone. È cosi?

Joe: Sì, quello che hai detto li riassume abbastanza accuratamente! I testi vengono fuori dalla nostra esperienza e da tutte le esperienze che giorno per giorno ci capitano. Sono soggetti ai mondi in cui viviamo e hanno inevitabilmente anche un aspetto politico. L’attenzione deve però focalizzarsi maggiormente sull’esperienza di vita, sul contenuto e non sul contesto.

La vostra musica esplora lande oscure come la rabbia e la frustrazione, ma contiene anche concetti di speranza e, in un certo senso, idealistici. Come conciliate queste due visioni, apparentemente in conflitto tra loro?

Joe: È semplicemente l’espressione di quello che sta accadendo intorno a noi durante il processo di scrittura. Le persone sono più emotivamente complesse di quanto possa sembrare e questo e ciò che le canzoni cercano di trasmettere. Anche in quello che può sembrare oscuro o spaventoso si può trovare ancora la speranza. Quando scriviamo cerchiamo quindi di non limitarci a sentire solo una cosa o l’altra.

La vostra musica sembra inoltre mettere in risalto l’eterno punto interrogativo dei giovani sulla vita e sulla società. Vi sentite in un certo senso dei portavoce di questa insicurezza che le nuove generazioni hanno verso il futuro?

Joe: No, non crediamo di essere dei portavoce di qualcosa o di qualcuno, se non della nostra musica. Se poi la gente riesce a identificarsi nella musica che facciamo, ci fa piacere ed è quello che dovrebbe accadere, ma non stiamo cercando di imporre l’idea che abbiamo capito tutto. Non siamo i portavoce di altro se non delle nostre esperienze. Chi ci ascolta dovrebbe relazionarsi con questo e non vederci come persone che intendono guidare verso una qualsivoglia ideologia.

“Lascia che l’anima resti calma e serena anche davanti a un milione di universi.” In che modo questo verso di Walt Whitman si collega ai contenuti del vostro ultimo album – Before a Million Universes?

Joe: credo che la frase si riferisca all’idea che tanti brani del disco rispecchiano in qualche modo la voglia di comprendere e capire chi sono io come persona, o il fatto che chi sta parlando nell’album sia un essere umano…C’è un’analogia col lavoro di Walt Whitman e col suo modo di celebrare il Sé. Anche questo disco intende farlo: capire l’individuo e come esso interagisce con la società.

Che differenze ci sono tra questo album e il precedente Eighteen Hours of Static?

Brendan: Con “Eighteen Hours of Static” abbiamo realizzato una sorta di raccolta con dei brani che erano un po’ sparsi in giro. Siamo andati in studio senza avere alcuna aspettativa o idea di quello che sarebbe venuto fuori. Con “Before A Million Universes” credo che ci siamo sentiti in modo diverso, anche tenendo conto del tempo trascorso in tour per la promozione di “Eighteen Hours of Static” e di quello che avevamo imparato suonando in maniera più coesa come band. Sentirsi a proprio agio in tour ed esplorare quello che suoni, provando piacere per quello che fai, è stato davvero un catalizzatore per farci rientrare in studio, nel senso che ci siamo sentiti più ispirati e preparati a realizzare “Before A Million Universes”.

Il titolo Eighteen Hours of Static è ispirato al film Contact. Perché avete deciso che proprio questo sarebbe stato un buon titolo per l’album?

Brendan: È un titolo che risulta attraente all’orecchio di chi l’ascolta, non ti pare? Per non parlare di Carl Sagan (da cui è tratto il film n.d.r.) che è una figura ispiratrice e Contact (il film) che è un classico della metà degli anni Novanta.

Tornando a Before a Million Universes…”Tell me what you’re worth / Salary, two weeks off work?” viene urlato in “Capitalized”. Quale verità vuole mettere in evidenza questo brano?

Joe: Il punto nevralgico di questo brano è quello di mostrare il modo in cui tante persone vengono definite in base a quello che fanno per i soldi, come per il loro lavoro. Tutto il brano vuole mostrare che le persone sono valutate in base a ciò che possono fare sul posto di lavoro e quindi per la società. Viene anche mostrato come anche altri ambiti, ad esempio l’arte, vengano caratterizzati all’interno di un contesto simile. Per dire che una certa arte è valutata più di altre se è all’ordine del giorno. Quelle parole stanno cercando di dire che le persone sono in realtà qualcosa di più del loro valore economico e sociale. Sono persone.

Il vostro sound risente sicuramente del nervosismo e dell’elettricità tipica della scena musicale anni Novanta. Siete anche spesso assimilati alla scena post-hardcore. Vi rispecchiate in queste immagini sonore?

Joe: Ci ispiriamo a molte band sia del passato che del presente. Un sacco di band post-hardcore e grunge di quei tempi sono state importanti per noi tanto da poter percepire nella nostra musica un riflesso di quel periodo, ma cerchiamo di trarre ispirazione anche dai nostri coetanei che suonano con regolarità a Brooklyn e altrove.

Il DIY secondo i Big Ups

Joe: Molto semplicemente, il DIY è fare tutto da sé e per molto tempo abbiamo sicuramente gestito tutto completamente da soli. Adesso abbiamo il supporto di molte persone, quindi dire che siamo una band DIY sarebbe impreciso. Non tutti riusciamo ancora a vedere noi stessi come parte di una comunità che sostiene l’altro, che condivide le risorse, che si aiuta vicendevolmente per creare quello che si ha voglia di realizzare. Anche questa visione delle cose è per noi una sorta di rete DIY.

Per concludere, quale è la cosa di più alto valore politico e sociale che, secondo voi, dovrebbe essere realizzata oggi?

Joe: In primo luogo, credo che probabilmente non dovresti chiedere dei consigli in merito a una band, non alla nostra band, ma è importante essere educati alla cosa, avere una mentalità aperta ed essere capaci di mettere in discussione anche le proprie convinzioni, per leggere, parlare con la gente e cercare di avere una visione sempre equilibrata delle cose.

English Version

The Big Ups are Brendan Finn, Joe Galarraga, Amar Lal and Carlos Salguero. They have released two albums, Eighteen Hours of Static (2014) and the last Before A Million Universes (2016), and they are born as band on the desks of New York University. Their sound is an explosive mixture that gives a nod to the Ninties music scene with a contemporary vision of the electricity charge music. We have interviewed Joe and Brendan to find out more about their music and their way of understanding life, made of moments to share, of intimately personal instants and slight political and social attitude, of anger and frustration in which is always hidden a glimmer of hope. Paraphrasing, a little, Walt Whitman, So let that your souls remain cool and composed before the interpretations of their “thousand universes.”

“Big Ups”, it’s a weird phrase that maybe it’s difficult to translate to other languages. What does it mean for your band?

Joe: The name itself doesn’t have that much significance for us personally, it was just a band name we all felt okay with at the time (around 2010). I suppose if someone would be really inclined to dig deeper, it could simply be this positive phrase we use when playing.

How did Big Ups start out as a band? You were all students at NYU together, studying music technology, Is it correct?

Brendan: Correct, we were all students at NYU studying Music Technology. We started playing music together soon after we met because Joe, Amar and Myself played in a surf rock band called “Aaron and the Burrs”. That band had a short run and Big Ups was formed with Carlos on bass. We just started playing wherever we could and having fun, that’s all it really was at the time.

Your lyrics are often political in content, but actually more personal in terms of context. They’re more like meditations on things that preoccupy your mind but that become social themes shareable by many people. Is it true?

Joe: Yeah that sums it up pretty accurately! The lyrics are taken from our experience and a lot of the experiences that we have day to day are subject to the worlds we live in, which are inevitably tied in with politics . The focus should always be more on the life experience though, it’s more about the content, not the context.

Your music explores a lot of dark topics like anger and frustration, but it also contains hope and idealistic concepts. How do you reconcile those seemingly conflicting perspectives in your music?

Joe: It is simply an expression of what is happening around us when we are writing. People are more emotionally complex and that is what the songs are trying to convey. What may seem dark or scary can still feel hopeful as well. We try not to limit ourselves to feeling one thing or the other, especially when writing.

Your music seems to put in prominence the eternal interrogative point of young people on the life and on the society. Do you feel yourselves like spokerperson of that sense of insecurity that the new generations have often towards the future?

Joe: No I don’t think we are spokespeople for anybody or anything, except our own music. If people can relate to the music we are making that’s great and that is what should happen, but we aren’t trying to put fourth the idea that we have it all figured out. We are not accurate spokespeople for anything other than our own experiences. Other people should be able to relate to it, but shouldn’t see us as the people who are spearheading any ideology.

“Let your soul stand cool and composed before a million universes.” In what way this phrase of Walt Whitman is connected with the contents of your last album – Before a Million Universes?

Joe: I think the phrase relates to the idea that so many of these songs are about learning and trying understand who I am as a person, or who the speaker of the record is as a person…Walt Whitman’s work is similarly about celebrating the self and that’s what this record intends to do as well, to understand the individual and how they interact with society.

What differences are there with the previous album – Eighteen Hours of Static?

Brendan: With Eighteen Hours of Static we had a collection of songs that really were kind of scattered, we went into the studio to put together something and we had no expectations or idea what might come from it. With Before A Million Universes I think we were feeling differently based on the time we had spent on the road for Eighteen Hours of Static and how we had learned to play in more of a cohesive way as a band. Being comfortable with touring and exploring what sounds we enjoying making really was a catalyst for entering the studio in the sense that we felt a bit more prepared and inspired to make Before A Million Universes.

The album title ‘Eighteen Hours Of Static’ was inspired by the film ‘Contact’ – why did you decide it was a good title for the record?

Brendan: It kind of just has a nice ring to it, doesn’t it? Not to mention Carl Sagan is an inspiring figure and Contact (the film) is a mid-nineties classic.

Returning to Before a Million Universes…”Tell me what you’re worth / Salary, two weeks off work?” it is screamed in Capitalized. Which truths does it want to bring out this song?

Joe: The point of those lyrics is to show the way that so many people are defined by what they do for money, as their job. That whole song intends to show that people are valued based on what they can do in the work place and thus for society. It also shows how other things like art are viewed in a similar context. To say some art is valued more than others because it puts forth an agenda. Those lines are trying to say that people are more than just the sum of their economic and social values. They are people.

Your sound is certainly like the nervousness and the typical electricity of Ninety music scene. You are assimilated also to the post-hardocre scene. Are you reflected in these music image?

Joe: I think we are certainly inspired by many bands from the past and present. A lot of grunge and post hardcore bands from that time are important so I can see how our music is a reflection of that time, but also we tend to draw inspiration from our peers that we play with regularly, from Brooklyn and beyond.

DIY according to Big Ups.

Joe: Quite simply, DIY is doing it yourself and for a long time we definitely operated completely on our own. Now we have the support of so many people, so to say we are strictly a DIY band is inaccurate. We still see ourselves as part of a community that supports each other and shares recourses to help each other do what they want to do. We also see this as a sort of DIY network.

Finally…Which is the most political and social thing that, according to you, could be done today?

Joe: First, you probably shouldn’t be taking advice from a band, at least not our band, but it’s important to be educated and open minded and question your believes. So read, talk to people and try to maintain a balanced view.

(pubblicato su www.rocklab.it)

Ropoporose: giovinezza dall’animo vintage

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Pauline e Romain sono due fratelli che decidono di fare musica insieme sotto il nome di Ropoporose. Sono giovanissimi, neanche 40 anni divisi tra i due, e propongono un rock spumeggiante con uno sguardo rivolto a un sound anni Novanta.  Abbiamo intervistato Pauline, la metà femminile del duo, per svelarci tutti i retroscena sul loro album d’esordio Elephant Love. 

“Ropoporose” è un nome originale per un duo, quasi onomatopeico. Da dove nasce?
In realtà, è semplicemente una fusione tra i nostri due nomi, Pauline e Romain (Popo e Roro) con l’aggiunta di una sillaba finale. Non avevamo idee e così mio fratello ha deciso per conto suo e ci siamo chiamati in questo modo di default. Sono ancora arrabbiata con lui per questo!..anche se adesso mi sono abituata al nome.

Due fratelli che decidono di fare musica insieme, come nasce questo sodalizio?
Abbiamo cominciato a suonare insieme quando abbiamo iniziato ad ascoltare le stesse cose. È avvenuto nel momento in cui abbiamo trovato un punto d’incontro nei nostri gusti musicali. Così abbiamo iniziato a suonare la musica che ci piaceva, come per esempio un brano dei californiani Girls. Mio fratello è pazzo di loro. In realtà tutto è avvenuto naturalmente, nessuno di noi due si è sentito costretto a suonare.

Batteria, chitarra, synth, loop-station, mescolati alla voce: in che modo coesistono questi elementi nella vostra musica?
Credo che ogni elemento dipenda da e viva per gli altri, perché quando siamo in fase di composizione cerchiamo sempre di pensare a tutti gli strumenti come a un elemento unico. Non è il caso della parte cantata, che viene sempre dopo la realizzazione della partitura strumentale. Difficilmente pensiamo alla batteria slegata dalla chitarra e viceversa.

I vostri brani sono in inglese. Come mai non avete scelto la vostra lingua madre?
Non mi sembrava così naturale lasciar esprimere l’anima dei Ropoporose in francese. Sono poi molto affascinata dalla lingua inglese, che ho anche studiato. Lo scrivere i testi in inglese è stato anche una sorta di buon esercizio in tal senso. Entrambi scriviamo in francese in altre circostanze e per conto nostro, ma, per il momento, l’inglese corrisponde al meglio a quello che abbiamo da dire, a un significato fatto di idee vaghe e nebulose. Potremmo però scrivere in francese un giorno, staremo a vedere!

Ci raccontate un po’ la genesi del vostro primo album “Elephant Love”?
Elephant Love è il risultato di un anno di lavoro. È uscito in Francia nel gennaio 2015 e ingloba al suo interno i nostri inizi e le nostre prime canzoni, comprendendo tutto ciò che avevamo realizzato durante il periodo di registrazione. Ecco perché si presenta come una sorta di medley.

Parlando di qualche brano, in “Birdbus” sembra di percepire una certa dose di libertà e magia, che significati nasconde questo brano?
Birdbus è un brano che abbiamo scritto per l’estate. Senza preoccuparci più di tanto, abbiamo voluto realizzare una canzone che rappresentasse al meglio il divertimento. Il testo della canzone è quasi un nonsense, non significa nulla in termini di contenuti reali e puri, ma sicuramente fa riferimento alla magia e alla libertà, come quella di un uccello che prende le sembianze di un bus e che può trasformarsi in una barca.

Quali speranze si celano invece dietro il pezzo “Desire”?
Desire è un brano che Roman ha scritto in un periodo di grande disordine emotivo e di amore profondo nei confronti della poesia.

E della malinconia di “Consolation”, alla quale è affiancato un video altrettanto intenso, cosa mi dite?
Consolation è una delle prime canzoni che abbiamo scritto. Ha un testo che cerca davvero di dipingere un’atmosfera reale. Il video è stato realizzato da Margaux Chetteau che ha messo su carta le sue impressioni in merito al brano. È sempre bello far interpretare il proprio lavoro a qualcun altro, offre una visione differente dello stesso. Amiamo il lavoro di Margaux ed è stato un piacere collaborare con lei! Speriamo ci siano altre occasioni di lavorare insieme in futuro!

La vostra musica è molto varia e sembra allontanare l’idea di rimanere chiusa all’interno di un genere preciso. Nonostante le tante etichette che forse vi vengono date, come definireste il vostro stile?
Non saprei come definire il nostro stile, quando iniziamo a comporre una canzone non pensiamo a un genere preciso. Cerchiamo solo di sentire il pezzo e sentiamo spesso cose visibilmente differenti. Abbiamo molteplici influenze che percepiamo in quasi ogni brano dell’album. È un po’ come dire: “Oh quando abbiamo scritto questo pezzo stavamo ascoltando molto i Peter Kernel e questo brano ha un sound molto simile agli Arcade Fire”. Il nostro stile sicuramente corrisponde un po’ all’idea che abbiamo delle band che amiamo come Blonde Redhead, Joy Division, Girls o Sonic Youth. Forse il nostro album non è molto coerente, ma speriamo comunque che ci sia un filo conduttore da qualche parte.

Anche la copertina del disco è molto evocativa, in che modo si collega ai contenuti dell’album?
L’artwork è un disegno che è stato realizzato da Céline Delumeau, la ragazza di Roman. Non era stato originariamente creato per divenire la copertina del nostro album. Quando poi l’abbiamo visto, abbiamo subito pensato che potesse essere una buona idea. In primo luogo perché rappresenta due persone e anche perché è cupo, funesto e infantile nella maniera in cui è stato dipinto. Abbiamo trovato in esso degli aspetti che crediamo siano presenti anche nella nostra musica e così abbiamo deciso di utilizzarlo come copertina di Elephant Love.

Siete giovanissimi, ma il vostro approccio alla musica sembra quasi “vintage”. Come mai?
Ascoltiamo musica sin da quando eravamo bambini, soprattutto attraverso gli ascolti dei nostri genitori. Serge Gainsbourg, Genesis o i The Doors ci hanno in un certo senso iniziato alla musica. Credo che tutto questo sia visibile nei nostri gusti musicali e nel nostro modo di fare musica. Amiamo semplicemente questo tipo di sound. Spesso ci catalogano come una band dal suono anni Novanta e crediamo che questo sia molto lusinghiero!

Per concludere, vista anche la vostra giovane età, pensate che le nuove generazioni dovrebbero ancora interessarsi al sottosuolo della musica underground?
Se quando si parla di musica underground ci si riferisce a persone che fanno musica, pensando in primo luogo alla musica stessa, piuttosto che ai soldi che si possono fare con essa, e agli artisti che cercano di mantenere una certa etica, allora sì è qualcosa che dovremmo cercare di conservare e dovremmo tutti, oltre ai media, cercare di rivolgere la nostra attenzione in tal senso.

(pubblicato su www.rocklab.it)

Calibro 35: una “library” aperta sul mondo

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Dai polizieschi di genere alla fantascienza dell’ultimo S.P.A.C.E, dai passamontagna alle tute spaziali..immergiamoci nell’immaginario dei Calibro 35 attraverso le parole di Massimo Martellotta e Tommaso Colliva, sprofondando nello spazio di una colonna sonora sci-fi, tra le sequenze multidimensionali, tutte da interpretare, di un film che non esiste. Ecco la personale “library” aperta sul loro universo musicale.

S.P.A.C.E. è stato registrato presso il Toe Rag di Londra, lavorando su nastro analogico con solo 8 tracce a disposizione. Ha quindi un’anima vintage. Da dove nasce questa esigenza creativa? Forse dalla voglia di creare un’interazione musicale in cui il suono si propaga nella maniera più naturale e unica possibile, quasi come se esso provenisse in maniera autonoma direttamente dall’ambiente circostante, ampliandone i confini e le dimensioni possibili?

Massimo Martellotta: Abbiamo sempre utilizzato una metodologia “vintage” nel fare i nostri dischi. Intendo il fatto di registrare tutti nella stessa stanza, di forzarci di valorizzare il mood di ogni registrazione più che la perfezione dell’esecuzione. La grossa differenza in questo disco è che invece di emulare quel processo, avendo però la “rete di sicurezza” che offre la registrazione digitale, ci siam calati veramente in un posto dove poter toccare con mano come sarebbe stato fare i dischi nel 1966. E come sempre succede, l’esperienza diretta regala sempre delle sorprese. Ci siamo trovati molto a nostro agio, è un tipo di modo di lavorare che valorizza molto l’interazione tra i musicisti e la magia del momento. Tutto molto naturale. Si tende a preparare molto meglio l’esecuzione che andrai a registrare, e in questo senso hai la netta impressione che il tutto suoni meglio. Facendolo veramente abbiamo scoperto che, più che il mixer o i microfoni d’annata, il suono migliore deriva moltissimo dal metodo. E’ stato molto affascinante, sicuramente ripeteremo l’esperienza.

Cosa vi ha spinto a scegliere l’immaginario fantascientifico per la realizzazione del disco e come mai avete scelto proprio l’anno 1966 come periodo ipotetico del vostro “film” sonoro?

Tommaso Colliva: L’anno preciso è una scelta casuale. Diciamo che nel 1966 si iniziano a fare i dischi con le cuffie in studio e il nostro invece è fatto senza da cui la datazione. Per l’immaginario fantascientifico invece c’è più ragionamento dietro. Non volevamo fare un genere esistente in maniera massiccia in Italia (il western, il giallo, la commedia sexy, ad esempio) e abbiamo capito che il sci – fi ci avrebbe dato da un parte una direzione mentre dall’altra ci avrebbe lasciati più liberi di suonare e basta.

Tornando al vostro passato invece, cosa vi ha spinto a optare per le atmosfere noir e i poliziotteschi?

Tommaso Colliva: Il noir e il poliziesco offrivano un’ottima possibilità di replica. Erano generi precisi e puntuali ma talmente investigati da lasciare spazio all’interpretazione per cui – anche qui anche se in modo diverso – si combinavano le esigenze.

Scorrendo le tracce di S.P.A.C.E, esse sembrano richiamare a una sorta di storyboard filmico, a una visualizzazione di un’idea di regia suggestiva fatta di numerosi cambi di scena e atmosfere da antologia cult. Cosa ne pensate a riguardo?

Tommaso Colliva: È assolutamente corretto. Senza fissarci troppo abbiamo cercato di esplorare tutte le possibilità dinamiche offerte da un film sci-fi. Dalla sospensione di 74 days… all’inseguimento di “Bandits on Mars” e ritorno passando dalla struttura bella solida di “Universe of 10 Dimensions”.

Nel disco, guardando anche l’artwork, c’è anche un riferimento alla collana Urania?

Tommaso Colliva: Urania è una particolarità tutta italiana. L’Italia non ha avuto granché di produzione letteraria e filmica fantascientifica ma avuto una collana incredibilmente prolifica e precisa. C’era stata l’idea di dedicare tutto il disco alla collana e citarla più direttamente ma abbiamo preferito evitare per non infilarci da soli in un buco da cui è difficile uscire. Per cui no, i riferimenti a Urania sono casuali.

Ricollegandomi al titolo dell’album, il concetto di spazio per i Calibro 35? Cosa rappresenta per voi?

Tommaso Colliva: Una delle cose di cui ci siamo resi conto è il fatto che SciFi, Fantascienza, Spazio sono concetti molto aperti che si prestano moltissimo all’interpretazione personale e ognuno di noi era partito da subito dando una lettura leggermente diversa. Abbiamo abbracciato la cosa per rendere il concetto più multidimensionale e offrire più chiavi di lettura al tutto. Per questo trovi “S.P.A.C.E.” e “UNGWANA BAY” sullo stesso disco.

Anche la componente visiva è da sempre parte importante del vostro progetto, non solo perché insita nella vostra musica ma perché si esplica anche attraverso altre forme d’arte come ad esempio quella breve del videoclip. Che valore aggiunto riesce a dare al vostro sound?

Tommaso Colliva: Credo moltissimo e per questo son felicissimo che questo disco sia uscito preceduto da un bellissimo teaser e un bel microdocumentario di Nicole Cardin e con lo splendido video di John Snellinberg. Sembra scontato ma mentre il fuoco sulla musica credo ci sia stato fin da subito ci abbiamo messo di più a trovare la quadra sulla grafica e sul video. Adesso sono molto contento.

Tornando alla dimensione del videoclip ci raccontate un po’ come è nato quello di “Bandids on Mars” realizzato dal collettivo John Snellinberg? Quale immaginario nasconde?

Tommaso Colliva: La domanda bisognerebbe farla a loro più che a noi ma cerco di risponderti. Al posto di andare sulla fantascienza tout court si è scelto di sfiorare la cosa realizzando un western spaziale che citasse Sergio Leone ma anche Barbarella, Urania e tutto un po’. E un pot-pourri veramente ben riuscito e fotografa a pieno ciò che volevamo portare alla luce col disco.

La vostra discografia fa capo anche a quella corrente che sta recuperando la library music italiana. Cosa vi accomuna e in che modo vi discostate da questa forma di “revival”?

Tommaso Colliva: Ormai è quasi dieci anni che Calibro 35 esiste quindi direi che non siamo gli ultimi arrivati. C’era pure “Spiralis” (un pezzo library) nel nostro primo disco. Diciamo che le library sono una miniera da scoprire che nasconde delle perle bellissime così come musica più funzionale e onestamente meno interessante ma qualsiasi cosa “riscopra” è da noi caldeggiata.

In questo senso, vi considerate un progetto che ha del didattico e/o filologico, un progetto che spinge alla curiosità, alla riscoperta del genere?

Massimo Martellotta: Credo che nessuno di noi lo faccia con spirito filologico né didattico. Forse il lavoro che facciamo è più una via di mezzo tra l’archeologia e l’artigianato. Ci piace scoprire sia alcuni reperti inediti, cercare di valorizzare i classici, che mettere in pratica dinamiche usate all’epoca per produrre materiale originale oggi.

Ultima domanda: tralasciando le etichette, perché in fondo ognuno poi vede nella musica un po’ quello che vuole, anche in base alle sensazioni del momento, come voi definireste lo “Stile Calibro”?

Massimo Martellotta: “Crime Funk” è una definizione che rende bene il mondo immaginario di riferimento, e in parte anche il suono dei Calibro, credo.

(pubblicato su www.rocklab.it)

Intervista Spain: un suono che può ancora sposarsi con la terra

Spain

La musica degli Spain ha un’anima elegante e delicata, a tratti notturna e nebbiosa, avvolgente e sfuggente al contempo. È simile a una parola sussurrata, a una nota da ascoltare sottovoce. È una “magia bianca” spruzzata di slowcore, che nasce nel 1995 con i sentimenti indaco di The Blue Moods of Spain giungendo sino alle morbidezze noir in bianco e nero dell’ultimoSargent Place (2014). In questa intervista Josh Haden apre un varco sull’universo Spain fatto di linguaggi senza parole e ricordi, di confini reali da accettare e superare, di terra e spirito, inseguendo la “clessidra del tempo”.

 

Sargent Place, musicalmente, che tipo di album è? Qual è stata la sua genesi? Potresti dirci qualcosa in merito alle registrazioni e al processo di scrittura dei brani?

C’è una linea che divide la terra. Non è un fiume e non è immaginaria. Questa è la sensazione che ho voluto ricreare attraverso la musica, quella di un suono che può ancora sposarsi con la terra. Così deve essere; siamo ancora legati alle ferree regole della fisica e in questo senso ho incanalato i processi di registrazione dell’album. Per quanto riguarda il processo di scrittura, ho pensato a un linguaggio senza parole, a una sorta di divorzio ma con un prematrimoniale.

 

Il titolo dell’album prende il nome dallo studio di registrazione di Gus Seyffert a Echo Park. Come è stato lavorare con lui?

Conosci Nikolai Tesla? Tesla era sinonimo di elettricità, Gus è il suono. Mentre parlavo, nell’aria sentivo echeggiare parole del tipo: “Fai quello che vuoi. Gus tiene tutto sotto controllo qui”. Pura bellezza. Gus è devozione e affetto.

 

Sargent Place sembra quasi avere la stessa attitudine mentale e “ambientale”, nella modalità di registrazione e anche di ascolto, di The Blue Moods of Spain. Cosa unisce e cosa differenzia questi due album, che in fondo sono il passato e il presente della band, usciti a distanza di anni l’uno dall’altro?

Grazie. Mi chiedi cosa accomuna e differenzia questi due album..È quello che ho bisogno di sentire.

 

Tuo padre Charlie Haden suona nel brano “You and I”. È la prima volta in un album degli Spain, non è vero?

La prima e l’ultima volta con gli Spain. Sta ancora sorvolando l’infinito. Ci guarda da lì.

 

“Let your angel come He’s been waiting for so long To guide you Into grace”…Parlaci un pò del brano “Let Your Angel”. Quali significati cela?

Oh che bella domanda. Complimenti. Sei sulla nostra stessa lunghezza d’onda! Vita e morte. Resistenza e accettazione. Fine. Rinnovamento. Primavera e inverno. Terra e spazio. Aprendo le braccia a tutto quello che accade.

 

E “The Fighter”, da quali sentimenti, sensazioni o elementi è stata ispirata?

Per la stesura di “The Fighter”, mi sono ispirato al film Toro Scatenato.

 

Il video di “Love At First Sight”, da quale idea è nato e come si adatta al significato del brano?

Quando porto via l’antica clessidra del video, sono attratto dai migliori elementi della società, dal meglio della dimensione umana, da ciò per il quale il denaro è stato veramente generato: l’unione. Una folla di gente che lotta..e per..il prezzo del tempo. Ha ottenuto fino a $20.00. Naturalmente non sono stato autorizzato a venderla. Durante le riprese, una donna mi ha detto che mi avrebbe seguito ovunque e l’ha fatto. Un’altra si è allontanata disgustata.

 

C’è un collegamento tra tutti i brani di Sargent Place?

 

E dove hai trovato l’ispirazione?

Da ciò che mi circonda, che è nell’aria, dal desiderio di comunicare e rievocare qualcosa e da una canzone che non posso ricordare completamente.

 

Le copertine dei vostri album ritraggono sempre la figura femminile? Perché? È come se questa figura femminile fosse espressione in un certo senso dei significati più veri e dello spirito della band?

Perché l’apprendista pittore usa un modello femminile? Per una visione, per avere un riferimento. Per ricordare.

La musica degli Spain ha sicuramente, sia dal punto di vista testuale che compositivo, un’anima elegante e delicata, a tratti notturna e nebbiosa, avvolgente e sfuggente al contempo. Alcuni lo chiamerebbero Slowcore, ma tu come descriveresti e definiresti la musica degli Spain?

Grazie. Sei dalla nostra parte. Non c’è nessun altro posto in cui potresti essere. Un mio amico ha definito la nostra musica come “slo-zark”. Si muove lenta lungo l’Altopiano d’Ozark e ha ragione.

 

Per concludere, cosa hai imparato o dimenticato (e poi hai re-imparato) attraverso la musica degli Spain in questi anni?

Scrivere la musica, e le parole, cercando di farlo sempre in una sorta di stato di grazia e distacco, non da me stesso, ma dal mondo. Questo è sempre stato il mio modo di scrivere e ascoltare.

(pubblicato su www.rocklab.it)

Intervista GOAT: il sacrificio dell’individualità per il bene della collettività

GOAT

C’era una volta e c’è ancora, una tradizione musicale tramandata di generazione in generazione nata in un piccolo villaggio della Svezia, Korpilombobo, e che tra riti voodoo, stregoni e maledizioni prende forma e sostanza nella “magia” del suono. I GOAT sono i depositari di questa “memoria collettiva”, ultima incarnazione di una leggenda secolare, che, celandosi dietro maschere rituali, esplode nella commistione colorata e infinita, racchiusa nei due album World Music e Commune, di suoni dal Mondo e psichedelia. Tra simbolismo pagano e un alone di mistero, abbiamo intrapreso questo viaggio assieme a loro per scoprire qualcosa in più su questo immaginario musicale arcano ed enigmatico, immersi all’interno di un Mondo ideale fatto di condivisione, creatività e di sintonia con lo spirito, nel quale l’individualità si sacrifica per il bene della collettività. Parola dei GOAT!

 

La capra (GOAT in inglese significa capra n.d.r.) è depositaria di molti significati mistici ed è sicuramente un simbolo dalla forte valenza pagana. Che significato ha per la vostra band?

Vuol dire molte cose e racchiude al suo interno significati differenti, ma è principalmente il simbolo del sacrificio. Per noi la figura simbolica della capra sta a significare il sacrificio dell’individualità per il bene della collettività.

Voi vivete a Korpilombobo, una comunità in Svezia che ha un collegamento storico con il voodoo dopo che uno stregone si stabilì nel villaggio molti secoli fa. È Vero?

Si certo. Perché dovremmo nascondere qualcosa di così futile?

In che modo allora questa anima voodoo e mistica influenza la vostra musica?..penso per esempio a un vostro brano contenuto nell’ultimo album CommuneBondye (che è una delle divinità voodoo per eccellenza)

Bondye è la parola che nel voodoo rappresenta il Dio, il creatore onnipotente, e con questa accezione viene anche usata nella nostra terra natia. Ha origine da vecchie influenze derivate dalla religione. La parola è così rimasta con noi. Direi che nei nostri testi si possono trovare tracce delle nostre credenze ma, sai, siamo influenzati da così tante cose che abbiamo mescolato tutto insieme.

Avete dichiarato che Goat, intesa come tradizione musicale, ha origini antiche e che voi siete soltanto l’ultima incarnazione e iterazione. In che modo questa tradizione secolare è stata tramandata di generazione in generazione? Come e quando ha avuto origine?

È nata viaggiando. I nostri antenati hanno viaggiato molto, scoprendo che era necessario farlo al fine di crescere in quanto essere umani. L’incontro con altri esseri umani, altre culture e religioni ha fatto loro comprendere di essere realmente un’unica anima e che tutte le nostre espressioni sono rivolte a tutto e sono per tutti, per chi ha voglia di goderne e di esserne influenzato. Questa è anche la tradizione dei Goat oggi. C’è un’apertura verso tutto, verso la voglia di scoprire, di imparare, di adattarsi il più possibile a questo Mondo che tutti condividiamo. Questa filosofia è stata tramandata di generazione in generazione grazie alla forza della musica e della spiritualità.

Qual è la vostra opinione sull’importanza delle tradizioni musicali in tutto il Mondo?

Le tradizioni musicali non sono mai statiche, ricordalo, e vanno condivise con il resto del Mondo. E saranno sempre aperte a essere influenzate da ciò che le circonda pur rimanendo fedeli a se stesse. E noi non ci vediamo nessuna contraddizione in questo. Tutto il contrario. Le tradizioni, per continuare a vivere, hanno bisogno di evolversi e di cambiare. È solo così che le persone possono avvicinarsi le une alle altre e questo deve essere lo scopo più elevato di quello che ognuno cerca di realizzare ogni giorno.

Commune, il titolo del vostro ultimo album è emblematico..che significato ha per voi?

Significa collettività, stare insieme. Il modo naturale di vivere, quello che tutti noi già pratichiamo, anche se spesso molti di noi non ci pensano o non ne sono addirittura consapevoli.

Come è stato il processo di realizzazione dell’album?

Il processo di realizzazione dell’album è stato come sempre divertente, come una grande festa.

Parlando un po’ di alcuni brani contenuti nell’album..quali significati nasconde un brano come Hide From The Sun?

Non sempre tutto va verso la luce. L’oscurità è ovunque, ma dove c’è oscurità c’è luce e dove c’è luce c’è anche oscurità. Bisogna solo trovare il modo giusto per combinare al meglio i due elementi. Se vuoi soltanto luce nella tua vita rischi di bruciarti.

Words?

“Cantami le tue parole”…Si riferisce al fatto che bisogna ascoltarsi a vicenda e capirsi. Abbiamo tutti bisogno di farlo al meglio.

Ci sono differenze o somiglianze tra il vostro primo album World Music e Commune?

Dimmelo tu. Le differenze e le somiglianze provengono in fondo dall’esperienza soggettiva e spetta all’ascoltatore decidere.

La Rocket Recordings ha pubblicato anche Live Ballroom Ritual, un album che cattura una vostra performance alCamden Electric Ballroom di Londra. Cosa ne pensate di questa registrazione?

È nata per iniziativa della Rocket e noi abbiamo acconsentito. Crediamo che sia un bell’album live, anche se pensiamo siano migliori e più rappresentativi i nostri live attuali, ma quest’album ci coglie al meglio in quel determinato momento.

I vostri live sono molto emozionanti. Sembra quasi di assistere a un rituale che trascende la performance per dare spazio alla musica. Quali sono le vostre sensazioni durante i live e come riuscite a convertire sul palco il sound degli album in studio?

Proviamo i brani e cerchiamo di trovare il giusto modo per suonarli dal vivo, quello che funziona meglio. Difficile dire di più, davvero. Ci sentiamo sempre bene durante un live. C’è un grandissimo scambio di energie tra noi e il pubblico, la più grande energia che si può provare quando si suona. Abbastanza semplice davvero.

Perché avete scelto di suonare indossando delle maschere? È forse un modo per liberare la musica dalle vostre individualità?

Le indossiamo perché vogliamo essere liberi, sentirci persone, individui senza esserlo.

Ogni singola maschera ha un significato particolare?

No, le maschere non hanno alcun significato particolare.

C’è una relazione tra ogni maschera, i vari strumenti e i suoi esecutori?

Forse per alcuni sì…e forse per altri no.

Avete dichiarato che anche le maschere sono state tramandate di generazione in generazione e che prima di essere riportate alla luce furono “sepolte” assieme ad alcuni vecchi membri dei Goat. Quanti anni hanno le maschere allora?

Diverse migliaia di anni

Per concludere, la vostra musica sembra racchiudere l’idea di musica universale e quella capacità che consente allo spirito di raggiungere una sorta di sintonia con il Mondo. Quale definizione date alla vostra musica? Quali messaggi contiene realmente e a quale “Mondo” vuole appellarsi?

Bella domanda. La definizione che noi diamo alla nostra musica è quella di World Music, perché viene dal Mondo e appartiene al Mondo e chiunque la apprezzi può beneficiarne creativamente in qualunque modo voglia. E speriamo che la nostra musica possa essere un barlume e una lieve traccia per un futuro in cui la razza umana sia spiritualmente evoluta, imparando davvero a vivere insieme. I confini sono temporanei e le espressioni umane non sono statiche e appartengono a tutti…ma va anche bene se si desidera soltanto fare headbanging durante i concerti.

(pubblicato su www.rocklab.it)

Intervista Darkness Falls: “Qualcosa per la mente, qualcosa per il cuore e qualcosa per i piedi”

Dietro al nome Darkness Falls si cela un duo danese tutto al femminile formato da Josephine Philip, alla voce e alle tastiere, e Ina Lindgreen, al basso e alla chitarra. Il loro primo album Alive in Us è stato prodotto da Anders Trentemøller e la loro musica mescola vibrazioni sonore variegate sempre in bilico tra quiete e movimento, armonia melodica e irrazionale distorsione sintetica, per un sound sempre in continuo mutamento, dinamico e contemporaneo. In occasione dell’uscita del videoclip del nuovo singolo Hazy, diretto da Kamilla Bruus e Sara Nina Laub, e in attesa del prossimo album le abbiamo intervistate per farci svelare tutti i retroscena del loro personalissimo immaginario sonoro “in bianco e nero”, tra citazioni letterarie, visioni cinematiche e atmosfere misteriose.

 

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Iniziamo col parlare del vostro album Alive in Us. Quale è stato il ruolo di Anders Trentemøller nella realizzazione del disco?

Trentemøller ha curato la produzione dell’album. Lo conoscevamo da molti anni e un giorno gli abbiamo suonato alcuni brani e lui si è innamorato della nostra musica. È stato un grande piacere ed è stato molto stimolante lavorare con lui.

Come è nata invece la collaborazione con gli altri artisti presenti nell’album, come Kim Las che ha cantato il duetto con Josephine sul brano “Josephine”?

Kim è un altro nostro amico di vecchia data, che abbiamo conosciuto all’interno della scena musicale di Copenhagen. Ci piace tantissimo la sua voce e gli abbiamo così chiesto se aveva voglia di fare un duetto all’interno dell’album. Ha scritto il testo e così è diventata una canzone che parla di Josephine.

Sono stati inoltre realizzati differenti remix sia di Timeline che di The Void. In che modo ogni remix è riuscito a dare un valore aggiunto al vostro progetto?

È sempre divertente ascoltare le proprie canzoni attraverso il punto di vista di qualcun altro, e talvolta, il remix può funzionare meglio del brano originale e naturalmente a volte no (Ride n.d.r.). Abbiamo pensato che fosse fantastico avere dei remix di alcuni nostri brani e inoltre tutto questo a fatto sì che la nostra musica venisse ascoltata da nuove persone che non l’avrebbero mai ascoltata se non fosse stato per questi remix.

Da dove traggono ispirazione e quali significati si celano dietro il brano The Void?

Il testo di The Void è uno dei nostri brani preferiti dell’album. È ispirato al poeta Edgar Allan Poe. In generale traiamo spesso ispirazione da altre forme d’arte e dal cinema. Ci piace l’estetica dei vecchi film in bianco e nero, abbiamo visto un sacco di vecchi film noir e di Hitchcock. Entrambe amiamo i film di registi come David Lynch, James Jarmusch, Wim Wenders, Quentin Tarantino e Gus Van Sant. I loro film hanno avuto un impatto importante nella realizzazione dell’album.

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E del brano Hey!, che tra l’altro è stato arricchito da un video davvero incisivo, cosa ci dite?

Hey! é stata una delle prime canzoni che abbiamo scritto per il nostro album di debutto. Abbiamo sempre amato le atmosfere e le vibrazioni contenute all’interno del brano. Lo sentiamo molto nostro. Il video è stato diretto da Katja Filippo, che è anche la sorella di Josephine. Ha realizzato anche il video di The Void. È un grandissimo talento!

Il brano Even Though You’re With Another Girl, contenuto nell’album Into The Great Wide Yonder di Trentemøller, è stato scritto assieme a Josephine. Come è nata questa collaborazione?

Anders e io abbiamo spesso parlato di lavorare assieme e quando lui stava realizzando il suo ultimo album mi ha chiesto se avevo voglia di fare una collaborazione. È sempre un grande piacere lavorare con lui e io sono così felice di aver contribuito alla realizzazione di questo brano.

I vostri brani sembrano spesso avere un lato malinconico e misterioso. Cosa si nasconde dietro a questa sensazioni? Da dove deriva questo lato oscuro e più intimo di voi?

Le nostre influenze sono diverse perché vengono fuori da diversi ambiti della vita e della quotidianità, da ciò che ci circonda, dalla musica, dalla letteratura, dal cinema e dall’arte. Dal punto di vista musicale, ad esempio, abbiamo entrambe dei gusti molto eclettici. Troviamo ispirazione da differenti direzioni anche all’interno della musica stessa. Ci piacciono Joy Division, Nancy Sinatra, Jesus & Mary Chain, Sunn ((o)), i Beach Boys, Dirty Beaches, The Rapture, David Bowie, Nina Simone, Velvet Underground e la lista potrebbe continuare. Abbiamo comunque la sensazione di essere riuscite a creare un suono nostro. Potrebbe suonare come un cliché, ma per noi è quello giusto, perché al suo interno ci siamo noi stesse, con le nostre personalità.

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Parliamo del vostro ultimo brano Hazy. Come Kamilla Bruus e Sara Nina Laub hanno lavorato al video? Quali emozioni volevate suscitare nello spettatore?

Con Hazy abbiamo pensato fin dall’inizio che il brano doveva avere un video. Il video racconta una storia a sé stante, ma crediamo che catturi al meglio l’atmosfera polverosa e misteriosa della canzone. La canzone e il video vivono ognuno di vita propria, ma quando sono collegati tra loro, tutto acquista un significato più bello e poetico. Kamilla e Sara sono amiche di vecchia data che conosciamo da molti anni, fanno parte di questo grande gruppo di amici di Copenhagen dove ognuno si occupa di qualcosa in diversi ambiti creativi. Ci piace molto il loro lavoro. Abbiamo detto loro che avevamo intenzione di realizzare un video con Karsten Filippo (il padre di Josephine) che danza assieme a un’intera crew di ballerini. Loro hanno pensato che sembrava un’idea divertente e così abbiamo finito per lavorare assieme.

Potete darci qualche anticipazione sul vostro prossimo album? Come sarà?

Nella nostra musica c’è sempre qualcosa per la mente, qualcosa per il cuore e qualcosa per i piedi…Quindi sarà un grande mix di emozioni. Non vediamo l’ora che esca!

(pubblicato su www.rocklab.it)

Intervista Xiu Xiu: “È tutto un riflesso della mia vita interiore”

La musica degli Xiu Xiu, specchio e riflesso perfetto della mai totalmente svelata personalità del suo Deus ex machina Jamie Stewart, agisce sugli eccessi e sulla complessità testuale e sonora, sulla sregolatezza melodica e contenutistica che rifugge il concetto di tabù, schivando il senso del non detto per approdare agli ambiti più distorti e scomodi dell’esistenza. In dodici anni, a partire da Knife Play (2002), A Promise (2003) e Fabulous Muscles (2004), passando per La Forêt (2005), The Air Force (2006), Dear God, I Hate Myself (2010), Always (2011) e l’ultimo Angel Guts: Red Classroom, il percorso impervio degli Xiu Xiu ha sempre affrontato tematiche forti e spesso “scabrose”, dalle incursioni nel dolore e nella depressione più infima alle lucide valutazioni politiche, dalla violenza, alla depravazione e al sesso, in un tripudio oscuro di deformazioni sonore criptiche, influenze e suggestioni più disparate. In questa intervista Jamie Stewart ci svela qualcosa in più di sé e alcuni retroscena relativi all’ultimo album e all’intera produzione targata Xiu Xiu in un intenso percorso, quello della musica, che “non è mai sinonimo di fuga”.

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Iniziamo col parlare del vostro ultimo album Angel Guts: Red Classroom…il suo titolo è preso in prestito dall’omonimo film erotico giapponese diretto da Chūsei Sone del 1979. Come mai questa scelta e in che modo il film ha ispirato i contenuti e la realizzazione dell’intero album?

Il film è quasi disumano. Rappresenta la parte peggiore dell’esistenza che paradossalmente fugge via con sé stessa. Ma è una situazione in qualche modo seducente e allettante nel suo essere così terribile. Nella realizzazione dell’album siamo stati spinti da questo aspetto del film.

Discriminazione sessuale, suicidio, doppia penetrazione, criminalità, la paura di subire dei danni fisici e psichici ecc. come questi temi si sono sviluppati all’interno dell’album? C’è uno specifica idea, trama contenutistica o sensazione che volevi dare a questo album..forse angoscia e terrore?

I temi contenuti all’interno dell’album si sono sviluppati a partire da esperienze di vita capitate durante la sua realizzazione, da tutti quei pensieri, quelle azioni e quelle paure che stavano accadendo.

Sintetizzatori analogici, field recording, una batteria elettronica analogica e una batteria acustica…e qualcosa che suona quasi come distorto e manipolato. Da dove viene fuori e come si sviluppa il sound complessivo dell’album?

I suoni sono venuti fuori quando mi sono seduto all’interno di un piccolo studio con tanti fili ovunque. Nascono dal desiderio di rendere gli stessi il più vicini possibile a tutto quello che stava accadendo all’esterno.

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Parliamo del brano Black Dick..in aggiunta al testo e al già esplicito video inserito su porn hub..ci puoi parlare del brano attraverso quello che l’ha ispirato e le idee che nasconde al suo interno?

Per me, e ci tengo a sottolineare che questa è soltanto la mia sensazione e in nessun modo vorrei imporre il mio punto di vista a chiunque altro, si tratta di avere vergogna dei propri desideri, o di “accendersi”, animarsi ed eccitarsi per gli stessi desideri o di vergognarsi di essere attratto e ossessionato da un determinato tipo di persona, o di vergognarsi di essere un “feticcio” in base alla razza di appartenenza o di abbracciare il feticismo di sé stessi e di altre persone. Si tratta di sentirsi sbagliati quando c’è in atto una trasformazione, ma ancora la si sta perseguendo e cercando. Forse si tratta di sentirsi liberi di essere “cattivi” e sbagliati e poi chiedersi cosa sia davvero il male, chi lo stabilisce insomma….e nonostante tutto prendere in considerazione la possibilità di esserlo.

E dei brani El Naco eStupid In The Dark cosa puoi dirci?

Per me, sempre e solo secondo il mio parere, Stupid In The Darkracchiude quella sensazione che si ha quando si ha una pistola puntata addosso..il sentimento confonde e sconvolge la mia reazione e il mio desiderio di essere in un certo senso “politicamente liberare” viene cancellato per un po’. Si tratta di essere aggrediti e intellettualmente parlando. Pur non volendo provare odio, si ha una reazione istintiva di accanimento e odio senza riuscire a sentirlo fino in fondo, senza capire di cosa si tratta. Parla anche dell’essere follemente spaventati quando si viene quasi assassinati per una piccola somma di denaro.

El Naco rappresenta come la vita possa diventare simile a un dipinto di Hieronymus Bosch. È più un’idea astratta dell’essere in uno stato di ebollizione e terrore costanti. Nello specifico si riferisce al quartiere di MacArthur park a Los Angeles.

I brani degli Xiu Xiu si dividono in due grandi categorie: da una parte quelle più ritmate, in un certo senso dal gusto più “pop”, e dall’altra i brani più gotici, oscuri e sperimentali. Come convivono tra loro queste due anime?

È tutto un riflesso della mia vita interiore. Da un lato sono religioso, amo i miei nipoti e i miei gatti, dall’altro non ho fede nell’uomo, sono ossessionato dalla morte e sono un pervertito incredibile.

I testi invece sembrano essere sempre in bilico tra follia e sanità, luce e oscurità. Questi due estremi sono in fondo due facce della stessa medaglia?

Sì, l’uno non può esistere senza l’altro.

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La tua scrittura è generalmente più una sorta di confessione oppure è mera finzione; è una terapia o una documentazione di ciò che accade? La musica è un tentativo di catarsi esclusivamente per te stesso o ci sino dei messaggi che desideri far passare all’ascoltatore?

È documentazione, non è mai finzione. Non è mio compito cercare di ottenere qualcosa dall’ascoltatore. Il mio compito è cercare di essere il più onesto possibile e sperare che l’ascoltatore possa riuscire a trovare qualcosa per sé stesso e interpretarlo in un modo che si spera sia in grado di acquisire.

Nei vostri testi ci sono sempre espliciti riferimenti al sesso, alla violenza, a contenuti “scandalosi”. È un modo questo per creare una reazione e aprire un varco su tematiche reali che vengono spesso omesse o nascoste nella musica o nella quotidianità perché considerate tabù oppure è soltanto una visione del tutto personale del mondo?

Per me, la musica non è mai sinonimo di fuga.

All’interno dei vostri brani molto forte è anche la componente politica. Quale, secondo te, al giorno d’oggi è il problema politico o sociale più urgente?

I cambiamenti climatici. Considerando la nostra mancanza di preparazione e come non stiamo affrontando il problema, sembra quasi che nel subconscio collettivo la razza umana sia già pronta a morire.

Anche il vostro sito sembra rispecchiare al meglio questa attitudine estetica per le immagini forti (corpi nudi, pornografia, immagini di guerra ecc.) che si alternano in maniera abbastanza fitta assieme alle informazioni sulla band. Lo gestite in maniera sistematica, seguendo idee mirate o vi lasciate molto andare al caso e alla libertà artistica?

È un sito molto libero, nessuna raccolta e cernita minuziosa di contenuti, nessuna censura. Basta lasciarlo andare liberamente.

In merito alla tua esperienza con l’ Huffington Post. C’è una differenza netta tra lo scrivere di musica in senso stretto e scrivere articoli giusto? Forse la dimensione musicale consente di andare più in profondità?

Nonostante alcuni deboli sforzi, non ho molto del giornalista…

Sostieni il Prisoner’s Literature Project. Ci spieghi di cosa si tratta? Un libro, così come l’arte in generale possono al giorno d’oggi essere sinonimo di formazione ed evasione mentale?

È un modo semplice ma diretto di espandere per un attimo, FORSE, la vita di una persona che si è fatta fottere e attraverso la comprensione espandere la sua visione del mondo al di fuori della cella. Per favore inviate le vostre donazioni!

Hai scritto anche un libro, scegliendo come forma poetica l’haiku. Perché questa scelta?

Non è molto diverso dallo scrivere i testi. Una melodia è essenzialmente un insieme di sillabe. Ci si sente così quasi come esserne padroni e di avere un po’ di comprensione almeno nella forma. Mi piace la funzione e lo scopo che hanno entrambe di rappresentare qualcosa di così variegato, multiforme, illimitato e aperto.

Ci parli del progetto che avete pubblicato per l’ultimo Record Store Day?

Ne abbiamo pubblicati due. Il primo è un doppio LP, Un best off dei nostri brani dal 2002 al 2012. Per metà canzoni pop e per metà ballate gotiche e sperimentali. Si chiamaThere Is No Right, There Is No wrong.

L’altro è un album di canzoni religiose americane e caraibiche che vanno dal 1850 al 1920 chiamato Unclouded Sky. È stato registrato in Islanda.

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Per concludere un piccolo “gioco”…un insolito aggettivo da attribuire ai vostri album

Knife Play

Rosso

A Promise

Arancione

Fabulous Muscles

Giallo

La Forêt

Verde

The Air Force

Blu

Dear God, I Hate Myself

Viola

Always

Viola porpora

Nina

Argento

Angel Guts: Red Classroom

Nero

(pubblicato su www.rocklab.it)