FOR WHAT IT’S WORTH

FOR WHAT IT’S WORTH

Lo sguardo dell’Italia sui festival rock americani e inglesi degli anni Sessanta

Arcana Edizioni (Gennaio 2022)

In che modo i venti stranieri di “pace e amore” della Summer of Love e le sonorità lisergiche dei primi grandi raduni musicali sono giunti in Italia? Questo libro è una fotografia di quegli anni, realizzata attraverso gli scritti della stampa dell’epoca e le testimonianze dei suoi protagonisti. È un viaggio lisergico che attraversa la storia e la colora di nuovi spunti di riflessione: passando dalla Summer of Love al movimento hippie, dal San Francisco Sound al rock psichedelico, dall’arte grafica alla stampa underground; bevendo tra i tavoli dell’ Avalon Ballroom, del Fillmore, delPandora’s Box e del Whisky a Go Go; perdendosi tra le lande inesplorate del Love Pageant Rally, del First Human Be-In, del 14th Technicolor Dream e del Trips Festival; fino ad arrivare alle immagini mitologiche dei Festival di Monterey, di Woodstock, di Altamont e dell’Isola di Wight. Il focus principale di questo itinerario, seguendo le orme dei figli dei fiori, tra la forza del mito e la realtà puntuale dei fatti, è l’impatto che questi festival hanno avuto in Italia e come è avvenuta la ricezione degli stessi attraverso un’accurata analisi dei quotidiani, delle riviste e dei media italiani dagli anni Sessanta a oggi. “Children, what’s that sound” cantavano i Buffalo Springfield all’alba dell’epoca psichedelica, immersi in quel lembo di terra della Sunset Strip. Questo sound al di là dell’Oceano negli anni non ha perso il suo smalto e, anche in Italia, conserva ancora oggi tutta la sua potenza caleidoscopica.

Immagine di copertina ©Anna Maria Parente

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Recensione sul Buscadero di ottobre 2022


Recensione su Revenews (Il Messaggero.it)

PRESENTAZIONI

𝗦𝗔𝗕𝗔𝗧𝗢 𝟭𝟵 𝗠𝗔𝗥𝗭𝗢 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗼𝗿𝗲 𝟭𝟴,𝟬𝟬
*𝘀𝗶 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗶𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗲𝗻𝗼𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲*

𝘓’𝘦𝘷𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘴𝘪 𝘴𝘷𝘰𝘭𝘨𝘦𝘳𝘢̀ 𝘯𝘦𝘭 𝘳𝘪𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘯𝘰𝘳𝘮𝘢𝘵𝘪𝘷𝘦 𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘊𝘰𝘷𝘪𝘥 𝘪𝘯 𝘷𝘪𝘨𝘰𝘳𝘦 𝘢𝘭 𝘮𝘰𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 (𝘴𝘶𝘱𝘦𝘳 𝘨𝘳𝘦𝘦𝘯 𝘱𝘢𝘴𝘴 & 𝘮𝘢𝘴𝘤𝘩𝘦𝘳𝘪𝘯𝘢)

𝗕𝗟𝗨𝗘 𝗥𝗢𝗢𝗠 𝗹𝗶𝗯𝗿𝗲𝗿𝗶𝗮 & 𝗰𝗮𝗳𝗳𝗲̀ 𝗹𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝗮𝗿𝗶𝗼
📌 𝘃𝗶𝗮 𝗣𝗮𝗼𝗹𝗼 𝗔𝗹𝗯𝗲𝗿𝗮 𝟱𝟱-𝟱𝟳
📧 𝗶𝗻𝗳𝗼@𝗯𝗹𝘂𝗲𝗿𝗼𝗼𝗺𝗰𝗮𝗳𝗲.𝗶𝘁
☎ 𝟯𝟮𝟰 𝟳𝟴𝟳𝟵𝟯𝟯𝟮 

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Goat – Oh Death

La storia musicale dei Goat si muove da sempre inseguendo un certo alone di mistero esoterico e l’attesa di ben sei anni dall’ultimo disco Requiem, con la parentesi di Headsoup, raccolta di b-side, inediti e singoli, è sicuramente servita ad acuire questo lato enigmatico e inafferrabile della band.

Il collettivo celato da maschere tribali, originario di Korpilombolo, una località nella remota contea svedese di Norbotten, la più settentrionale e meno popolosa del Paese, torna così a scavare solchi sonori rituali con Oh Death.

Allontanandosi in parte dalle meditazioni etniche di Requiem e abbracciando le litanie più distorte dei primi World Music Commune, il disco vive di groove granitici, di commistioni sonore, di deflagrazioni e alterazioni ritmiche. La world music in senso stretto viene destrutturata, fusa in una valanga di rumorose allucinazioni psych rock, di tribali deviazioni afro beat e di cerimoniali a metà strada tra funky e spirtual jazz. 

I fuzz fluttuano dirompenti in Son You Die, mentre Chukua Pesa naviga in una desertica e oscura acidità sonora. Le atmosfere funky inebriano Under The Nation e una bellicosa sezione percussiva edifica il sound di Do The Dance.Apegoat è un intermezzo rumorista che sembra fare quasi da negativo sonoro al morbido interludio pianistico di Blessing. Fiamme chitarristiche fanno incursione nella ipnotica Remind Yourself. Passes Like Clouds chiude in maniera più che lisergica il cerchio magico costruito dai Goat.

Oh Death vive di parti strumentali abrasive, di incendi sonori ancor più aggressivi che in passato, di tempeste di suoni in cui ci si immerge con trasporto. Il disco trascende i confini, musicali e geografici, guidato da una carica soprannaturale che non può lasciare indifferenti. Gli sciamani Goat ancora una volta ci fanno fare un estatico giro del Mondo con la loro contagiosa liturgia musicale mistica e selvaggia. 

(pubblicato su www.xtm.it)

LEGGI L’ INTERVISTA AI GOAT

The Soft Moon live @ Monk Club, Roma 06/10/2022

Il live di The Soft Moon al Monk Club di Roma è un mix di oscurità e luce, di deflagrazioni industrial, modulazioni post punk, fragori darkwave, di sudore ed energia, così come la musica che Luis Vasquez ha da sempre costruito su un certo buio interiore, aprendosi a sonorità distorte e scorgendo in lontananza luminosità latenti. Ad aprire la serata ci pensano le visioni synth pop dei Fatamorgana, per poi lasciare via libera alle costruzioni sonore di The Soft Moon.

Il palco straripa di luci strobo e allucinazioni fumose. Il pubblico esulta e non riesce a stare fermo, e Vasquez si muove con impeto tra le note di una chitarra, le distorsioni dei synth e le percussioni, che all’occorrenza diventano barili di metallo dal sapore industriale. La sezione ritmica è martellante, mentre la sua voce gioca su deformazioni ed echi, su prospettive dall’animo rarefatto. I due musicisti che lo accompagnano – Luigi Pianezzola al basso e Matteo Vallicelli alla batteria, sono il contraltare perfetto di questa robusta ondata di energia sonora. 

Si parte subito sull’acceleratore con il brano Burn, da Criminal, e poi con la tenebrosa tripletta Circles, Insides e Far. Arrivano due pezzi dall’ultimo Exister, Face Is Gone e Become The Lies e poi le risonanze oscure e industriali di Black. E ancora: Try, The Pain, Wrong, Wasting, Machines, Breathe The Fire, Like A Father. Chiudono Die Life e Want.

Un concerto di The Soft Moon è un vortice senza luce sempre pronto a esplodere, una bomba che deve essere detonata. È un intreccio di suoni energici e di parole intense che vibrano potenti sul palco e che bruciano. 

Setlist

Burn

Circles

Insides

Far

Face Is Gone

Become The Lies

Black

Try

The Pain

Wrong

Wasting

Machines

Breathe The Fire

Like A Father

Die Life

Want

(pubblicato su www.xtm.it)

Godspeed You! Black Emperor live @ Largo Venue 3/10/2022 

Ci sono concerti che non si possono definire semplicemente tali, che non puoi facilmente descrivere a parole, come un live dei Godspeed You! Black Emperor. La band canadese ha fatto tappa a Roma, in un Largo Venue sold out, trascinando con sé sensazioni ed emozioni difficili da racontare. Perché assistere a un concerto dei GY!BE è un’esperienza unica e anche in questo caso è stato un viaggio incantatore attraverso il suono e, con esso, tra le maglie di una sorta di inconscio sonoro collettivo.

In apertura TASHI DORJI, chitarrista di improvvisazione bhutanese, che con le sue destrutturazioni sonore, le sue “nubi” ritmiche crea fascinazioni dal sapore alieno. 

È poi la volta delle peregrinazioni musicali dei GY!BE e con loro sembra quasi di entrare in un sogno ad occhi aperti mentre appare sul palco la scritta “Hope”. Ci sono i visual che campeggiano dietro la scena e che si muovono con il sound, generati da un proiettore che sembra ricordare visioni cinematografiche d’altri tempi, tra allucinazioni in bianco e nero e colori fumosi. C’è la penombra che sovrasta la scena e c’è soprattutto il muro di suono dei GY!BE, quel post rock che va oltre il genere stesso, abbracciando suoni altri e rumori generati direttamente del caos. La formazione prevede tre chitarre, due bassi, due batterie e un violino. L’apparato percussivo crea ritmi martellanti, sorregge la catarsi sonora, mentre le chitarre esplodono e deflagrano nel suono stesso, e il violino modula prospettive dal sapore onirico. 

La setlist pesca dall’ultimo G_d’s Pee AT STATE’S END! del 2021 con Hope Drone, Job’s Lament, First of the Last Glaciers, Cliffs Gaze. Poi si va verso i lidi di Luciferian Towers con Bosses Hang, Anthem for No State. Chiude la solennità di The Sad Mafioso da F♯ A♯ ∞ 

Quasi due ore di concerto, in cui la band canadese non proferisce parole, perché a parlare è unicamente la musica affascinante e immensa, ricca di registri sonori. Un live dei GY!BE è tutto questo. È un momento, un istante da sperimentare nel qui e ora. È un’immagine sfocata, un flashback di una vita passata, che devi sentire e vivere a tutti i costi. 

(pubblicato su www.xtm.it)

Matt Elliott live @ RCCB – Init 24/09/2022

Torna in Italia il songwriter Matt Elliott per un paio di date e arriva anche a Roma nel rinato e storico locale Init, divenuto ora RCCB – Init, e spostatosi in una nuova location. Un luogo che sembra quantomai azzeccato per il sound di Elliott, che tra il palco, il bar e il biliardo posto in prossimità dello stesso, sembra quasi echeggiare quelle atmosfere fumose di Drinking Songs, uno dei suoi album più famosi e pietra miliare del cantautorato dall’animo folk degli anni duemila. 

Il suo live conserva la magia silenziosa dei suoni eleganti, l’incantesimo di un’atmosfera intima e raccolta. Matt Elliott è solo sul palco, circondato da luci blu e verdi, mentre muove gli “spiriti” della sua loop station, lambisce le corde della sua chitarra, modella i suoni del sax, restituendo ritmiche dal sapore lontano, contaminazioni folk a tratti oscure e sperimentali. 

Le sue canzoni, tra le altre la splendida title track  dell’ultimo Farewell to All we Know, custodiscono la malinconia delle parole e del tempo e sprigionano sulla scena una forza rarefatta e dilatata, mentre la sua voce corposa e di una potenza struggente, disegna tavolozze melodiche struggenti e il tappeto sonoro muove le file di una quiete appagante.

Un concerto di Matt Elliott è un po’ come vivere un viaggio interiore, immersi nel dolce spleen del suono. Lui è l’eroe pronto a manipolare i suoni, a condurci lungo le intime distese sonore dell’anima, che, lente e vorticose al contempo, coccolano i sensi. 

(pubblicato su www.xtm.it)

The Soft Moon – Exister

Non è da tutti riuscire a esprimere la propria rabbia e il proprio malessere interiore in maniera così limpida e aperta come invece fa Luis Vasquez in Exister, quinto album a firma The Soft Moon. Nel disco infatti c’è la claustrofobia di quella esistenza che traina il titolo, la vena oscura e martellante di un’angoscia che attraversa il pensiero. 

Come già in Deeper Criminal, e forse in maniera ancor più incessante ed enigmatica, Vasquez percorre la strada di un industrial alla NIN, di derive apocalittiche alla Throbbing Gristle, di cupe meditazioni alla Skinny Puppy, mentre non scompare mai del tutto la sua anima originaria post-punk. Le tracce del disco vivono dunque di allucinazioni gotiche, di synth striduli e freddi, mentre le parole annegano negli abissi dell’Io. 

“I feel sick every day/Inside the sulfur/Burn my soul away” canta Vasquez nell’oscurità dei sintetizzatori di Sad Song, mentre il mantra “I can’t live this way” deflagra nei detriti industriali di “Answers”. Si scava tra le profondità emotive con Become The Lies, un incessante ritmo tribale fa capolino in Face Is Gone e un oscuro e ossessivo tappeto elettronico flagella The Pit. Lande dal sapore dark pennellano NADA e violenze noise Stupid Child. Non mancano le collaborazioni in Him con Fish Narc e in Unforgiven con Alli Logout. Chiude il magma strumentale della title track.

Exister è un gioco di specchi complesso e intenso, in cui le sonorità, mai uguali a sé stesse, distorte e fragorose, affrontano il caos della mente, restituendo labirinti destrutturati che dopo un paio di ascolti arrivano dritti allo stomaco. Tra le maglie del suono, in balia di oscurità e luce, di visioni oniriche e di disperazione, Vasquez sembra dare una sola risposta alla vacua decadenza della vita: esistere per resistere. 

(pubblicato su www.xtm.it)

The Black Angels – Wilderness of Mirrors

L’anima psych dei Black Angels è da sempre imbevuta di visioni altre, di ombre lontane che aleggiano sul suono e sui contenuti. Un universo sonoro fatto di spettri dunque, che già a partire dagli splendidi Passover (2006) Directions to See a Ghost (2008) ha esplorato le viscere della realtà e che con Death Song (2017) ha attraversato l’oscurità sociale e le sue derive. 

Anche l’ultimo Wilderness of Mirrors è depositario delle ferite della società, della follia che sottende a un periodo fatto di annientamento ambientale, pandemie e tumulti politici. Tra le trame fortemente psych del disco, tra riverderi, dilatazioni e fuzz, si ampliano le sperimentazioni e i confini sonori, con l’uso di chitarre acustiche, mellotron, archi e tastiere, imbevendo il disco di nuovi accenti ritmici. 

Alla realizzazione del disco hanno collaborato: Brett Orrison nel ruolo di co-produttore e l’ingegnere del suono dei Dinosaur Jr. John Agnello, oltre a Ramiro Verdooren (The Rotten Mangos), multistrumentista da poco unitosi in line-up al cantante e bassista Alex Maas, ai chitarristi Christian Bland e Jake Garcia e alla batterista Stephanie Bailey.

Le allucinazioni hanno il via con la rivoluzione polverosa di Without A Trace, e procedono col granitico muro garage diHistory Of The Future e il fuoco di fuzz di Empires FallingEl Jardin si muove sinuosa tra le maglie della psichedelia più classica, mentre Firefly, che vede la presenza di  LouLou Ghelichkani dei Thievery Corporation, evoca visioni d’antan. Incede incalzante Make It Known e The River avanza con eleganza. La titletrack e A Walk On The Outside sono pura deflagrazione, mentre 100 Flowers of Paracusia e Here and Now viaggiano su malinconie acustiche. Chiude l’oscurità notturna e misteriosa di Suffocation.

In questo meraviglioso “deserto di specchi”, di suoni che guardano ai Sixties attualizzandoli, Wilderness of Mirrors si muove come disco di ribellione, di lotta interiore in mezzo al caos sociale, come album dai contenuti universali, che attraverso la musica cerca di espiare quei fantasmi che tutti hanno, ma che in pochi hanno il coraggio di raccontare. 

Is it still possible

To be invincible

When everyone else is expendable?”

(pubblicato su www.xtm.it)

Ólafur Arnalds Live @ Auditorium Parco Della Musica, Roma – 10/09/2022

Vivere un concerto di Ólafur Arnalds è il modo migliore per riconciliarsi col mondo intero e anche la sua unica data italiana, secondo appuntamento dell’ampio programma del Romaeuropa Festival e preview dello Spring Attitude 2022, all’ Auditorium Parco della Musica di Roma, è stata portatrice di queste sensazioni ed emozioni intense, immersi in un silenzio dallo spirito quasi mistico. 

Ólafur Arnalds sul palco riesce così, in maniera delicata ed elegante, a traghettare i presenti verso dimensioni altre fatte di pace, quiete e amore. Circondato da luci, led e fumi quasi metafisici, accompagnato dalle onde fluide di un quartetto d’archi e da un vibrante tappeto percussivo, Arnalds pennella le sue note sul piano e spruzzate di elettronica sembrano disegnare visioni senza tempo. È proprio questa sua forma sonora, che sapientemente mescola un’animo neoclassico a un più contemporaneo, strumenti e tecnologia, a dominare la dimensione live, mentre Arnalds interagisce col pubblico decantando la forza del silenzio – citando il famoso Silence Day – del distacco dall’iper connessione tecnologica, celebrando la potenza della natura ed elogiando la magnificenza di una “luna più grande di tutte” splendente sull’Auditorium e più bella di qualunque altra cosa. 

Sono i brani dell’ultimo disco Some Kind Of Peace a reggere il live senza però disdegnare qualche incursione meno recente, come nel caso dell’intensa Near Light, a condurre i presenti lungo le distese di equilibrio e serenità edificate sul palco. 

Un concerto di Ólafur Arnalds è in definitiva un’esperienza unica, dalla forte componente immersiva, metafora della vita stessa. È come nuotare sulle acque, vivere in un tempo sospeso lontani dal clamore e dal caos, custodendo segretamente e gelosamente “Some Kind Of Peace”.

(pubblicato su www.xtm.it)

The Afghan Whigs – How Do You Burn?

Si percepisce il senso di perdita che aleggia tra le note di How Do You Burn?, ultima creatura degli Afghan Whigs: quella del chitarirsta Dave Rosser morto nel 2017 ma anche di Mark Lanegan, che Greg Dulli vuole ricordare attraverso il titolo dell’album e in brani come Jyja, dove ha contribuito ai cori e in cui la sua voce lontana e oscura sembra permeare i pensieri stessi. C’è anche una rabbia che vuole esplodere tra le parole, nella dolce cupezza dei testi. C’è poi una certa forma di violenza, reale oppure intima, sfogata nella passione e nell’amore, marchio distintivo e intenso dello stile Afghan Whigs. 

Registrato con Dulli, il batterista Patrick Keeler (Raconteurs) e il nuovo chitarrista Christoper Thorn (ex Blind Melon) in uno studio studio di Joshua Tree, mentre il bassista John Curley e il tastierista Rick Nelson hanno dato il loro contributo da remoto in piena pandemia, How Do You Burn? vive di un multistrato sonoro molto più incisivo rispetto ai precedenti Do the Beast (2014) e  In Spades (2017) e la presenza di numerosi collaboratori dona all’album una sorta di interessante atmosfera multidimensionale ed eclettica. Un album che si spinge oltre, non solo attraversando le classiche linee melodiche dei Whigs con quello spirito soul ombroso e sghembo vivo in Please, Baby, Please, ma valicando territori elettrici ed energie ataviche come nel deserto sonoro di  I’ll Make You See God e anche nell’aria inquieta e rarefatta di The Getaway. Poi arriva  Domino & Jimmy, la coppia di My Curse trent’anni dopo, con la voce di Marcy Mays, con quella fantastica tensione emotiva e tossica che sa riempirti di un’inquietudine e di una disillusione necessaria. Chiudono gli spettri dal sangue blues-rock di In Flames.

Un disco pieno di differenti approcci musicali che riesce a svelare una miriade di fantasmi sonori, crudo e delicato al contempo, come l’anima degli Afghan Whigs. Un album che, tra note e parole, disvela i lati più oscuri e in ombra della mente, consumandoti. 

“Like a living ghost, you get lost inside my head”

(pubblicato su www.xtm.it)