Visioni celate, carte svelate

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Visioni celate, carte svelate

Gennaio 2017

Augh! Edizioni (Gruppo editoriale Alter Ego Edizioni)

“Visioni celate, carte svelate di Ida Stamile è un’opera poetica, filosofico-alchemica, è la narrazione in versi di un percorso esistenziale che cerca attraverso le immagini esoteriche dei Tarocchi di raggiungere un punto di approdo psichico nell’equilibrio onnivoro dell’universo. Tutto ciò che è fuori di noi è anche e soprattutto dentro di noi. La voce poetica della scrittrice si fa anelito e speranza, circuito e abnegazione nel periplo insondabile e misterioso dell’esistenza. Attraverso le immagini è la parola, verbo e simbolo di vita in fieri, che coglie le sfumature più nascoste dell’animo umano. È così che il poeta si fa portavoce di un’alchimia interiore, rivelatrice di abissi e paradisi, è il suo atteggiamento divinatorio, di interprete dei segni che ci circondano che lo rende profeta di se stesso e della variegata, insondabile natura umana.”

Dalla Prefazione di Vincenza Fava

Visioni celate, carte svelate è un gioco d’identità, un viaggio di parole, simbolico e reale, conscio e inconscio, che esplora, attraverso la musicalità della forma poetica, l’Io più intimo, profondo e misconosciuto di ognuno di noi. È una sorta di cammino iniziatico e profetico, una formula magica che svela quegli ignoti segreti celati nell’antro buio e inesplorato della psiche. È una radiografia dell’anima di positività e negatività, che danza in balia di letture allegoriche (i 22 Arcani Maggiori) e allucinazioni interiori e personali (la poesia che idealmente separa e unisce al contempo ogni lama), in cerca di risposte ai quesiti più puri e semplici dell’esistenza. La fantasmagoria esoterica abbraccia così la realtà nuda e cruda, racchiudendo gli attimi più importanti di una vita in un mazzo di Tarocchi.

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RECENSIONE SU TARGET MAGAZINE

RECENSIONE SU MISTERO MAGAZINE DI OTTOBRE 2017:

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Gli Occhi del Lupo

Vento di libri

Recensioni Clienti Amazon

Maratona Blue Room Giornata Mondiale della Poesia 21 marzo 2021

Sabato 7 dicembre 2019

Blue Room

Via Paolo Albera 55-57

Ore 18:00

Ingresso libero

Evento Facebook

Proiezione del documentario “Road to Nowhere”, il racconto del viaggio di Ida Stamile nell’America “selvaggia”. Ribattezzato Roadumentary per quel suo mix tra documentario e narrazione di un viaggio on the road tra amici, “Road to Nowhere” vive inseguendo una visione cinematografica un po’ sporca, rock and roll e polverosamente psichedelica. A seguire dialogo a più voci sul documentario e sul tema del viaggio inteso non solo come meta fisica ma anche e soprattutto mentale…una conversazione che raggiungerà infine i confini della poesia, della magia dei Tarocchi racchiusa nel libro di poesie scritto da Ida Stamile – “Visioni celate, carte svelate” (Augh! Edizioni). Il viaggio si concluderà così tra misticismo e riscoperta del lato più profondo di ognuno di noi.

Modera l’evento Ilaria Gasbarri

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Venerdì 8 giugno 2018
Craftwork 100celle
Via dei Pioppi 7/9
Roma
ore 20,00
ingresso libero

Presentazione & reading
di “Visioni celate, carte svelate” (Augh! Edizioni)
Moderatore dell’evento: Emanuele Binelli Mantelli.
Seguirà live dei LUMEN

Evento Facebook

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Giovedì 18 gennaio 2018 dalle 19

quinto appuntamento con Bookaholic al Pierrot Le Fou

Presentazione & reading musicale
di “Visioni celate, carte svelate” (Augh Edizioni)

Segnalazione su Cheap Sound

Evento Facebook

Giovedì 14 dicembre 2017
Senior Jag cafè
Roma
Via Cupra 33

Ore 19:30

Presentazione & reading musicale
di “Visioni celate, carte svelate” (Augh Edizioni)

Moderatore dell’evento: Emanuele Binelli Mantelli
Accompagnamento musicale a cura di Giulio Pantalei
Seguirà mini live acustico dei Panta

Evento Facebook 

Giovedì 13 aprile 2017
Le Mura
Roma
Via di Porta Labicana 24

ore 19:30

Presentazione & reading musicato
di “Visioni celate, carte svelate”

Moderatore dell’evento: Emanuele Binelli Mantelli.
Accompagnamento musicale a cura di Giulio Pantalei
Seguirà mini live acustico dei Panta

Segnalazione su Roma Today

Segnalazione su Funweek.it

Evento Facebook

Foto promozionale © Martina Caruso

Sabato 28 gennaio 2017

Ore 19.30

Gente di San Lorenzo

Via degli Aurunci, 42-48 (Piazza dell’Immacolata)

Info evento

Evento Facebook

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The Velvet Underground – Todd Haynes

Mi sento come se fossi dentro a un cinematografo, un lungo fascio di luce che attraversa l’oscurità e volteggia. I miei occhi fissi sullo schermo. 
Le immagini sono costellate di punti e raggi. Sono anonimo e ho dimenticato me stesso. È sempre così quando uno va al cinema. È come dicono…una droga. 

Lou Reed

Discostandosi dalla fiction, dalla follia glam di Velvet Goldmine e dalla destrutturazione narrativa di Io non sono quiTodd Haynestorna alla regia, e a porre il suo sguardo cinematografico sulla musica, con The Velvet Underground

Lo fa attraverso la forma del documentario classico, con un occhio filmico super partes e didascalico, mescolando materiale d’archivio e interviste con un raffinato gioco di montaggio, nel quale le inquadrature poggiano le sue visioni su vortici di split screen. The Velvet Underground, prodotto da Apple Original e presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2021, sublima dunque attraverso la forza dell’immagine l’estetica visionaria della band e le influenze della pop art e della Factory di Andy Warhol

Partendo dai primi piani in bianco e nero di Cale e Reed, girati proprio da Warhol nella Factory, la pellicola inizia il suo viaggio narrativo delineando l’yin e lo yang dei Velvet Underground stessi: la componente avanguardistica di John Cale e quella più duramente rock and roll e letteraria di Lou Reed, l’anima sperimentale e quella più folle e oscura. A essi si aggiungono, fotogramma dopo fotogramma, gli atri tasselli di un puzzle ben noto: il rapporto che la band ha avuto con Andy Warhol e la sua Factory e ancora Sterling Morrison, Maureen Tucker, la aliena e teutonica Nico, Doug Yule, assieme a numerose testimonianze. I racconti della Tucker e di Cale, uniti a una voice over di Reed da repertorio, risultano centrali a livello narrativo. A essi si sommano via via, tra le altre, le testimonianze di Mary Woronov, La Monte Young, Jonathan Richman, Martha Morrison, Danny Fields e Jackson Browne. La pellicola restituisce così un resoconto corale e plurale sulla storia del gruppo. 

The Velvet Underground si spinge poi oltre e, tra le oscurità e le luci, le amicizie e i dissapori che la vita della band si è trascinata negli anni, delinea una fotografia nitida dell’incandescente clima culturale della New York degli anni Sessanta con un occhio puntato sul cinema sperimentale come quello di Jonas Mekas (a cui il documentario è dedicato), sulle derive della musica d’avanguardia da John Cage a La Monte Young, sulla pop art e l’espressionismo astratto, sulla letteratura e la poesia beat di Allen Ginsberg e William Burroughs, sulla rivoluzione sessuale, nonché sulla netta contrapposizione tra la East Coast e la West Coast, tra le allucinazioni oscure i di New York e il caleidoscopio hippie della Los Angeles e della San Francisco di quegli anni, tra l’oblio e il dolore e la pace e l’amore. 

Chi conosce alla perfezione i Velvet Underground potrebbe forse storcere il naso alla visione di questo documentario. La forza dello stesso non risiede però nel delineare la storia del gruppo in maniera più che lineare, ma nella potenza del suo flusso audiovisivo e nella sua estetica che Todd Haynes edifica alla perfezione, ricreando quel carattere intenso, mutevole, subliminale di un’epoca e quella grana oscura di colore tipica del sound dei Velvet Underground…

… Different colors made of tears

(pubblicato su www.xtm.it)

Low – Hey What

Hey What, il nuovo album a firma Low, è una intensa liturgia della dissonanza. Se nel suo predecessore Double Negative(2018) la destrutturazione rumorista e synth-etica viaggiava in primo piano, in  Hey What le contrapposizioni sonore rappresentano il centro nevralgico di una visione che vaga tra armonia e distorsione, rumore e melodia. In Hey What la stratificazione del suono non è più astratta; è forma concreta che si dipana sulle orme di un potente realismo acustico. Le armonie vocali di Alan Sparhawk e Mimi Parker non sono più sommerse dal suono, ma viaggiano nitide, con tutta la loro forza tangibilmente eterea tipica del duo, nell’incontro-scontro con la tempesta elettrica più deflagrante e le mutazioni digitali più estreme. 

Come il precedente Double Negative Ones And Sixes (2015), il disco si avvale della collaborazione del producer BJ Burton e la sua copertina, opera dell’artista britannico Peter Liversidge, esprime al meglio il cortocircuito dei chiaroscuri sonori in esso presenti, immersi tra silenzi e fragore. L’opener White Horses sprigiona granitiche elaborazioni distorte, mentre I Can Wait pulsa di beat elettronici. Ci sono poi le notti oscure di All Night e le aperture evanescenti di Hey. C’è la malinconia liquida di Days Like These e di Don’t Walk Away, le furiose incursioni elettroniche di  There’s A Comma After Still e le decostruzioni noise di More. Chiude il disco la marcia esplosiva The Price You Pay (It Must Be Wearing Off).

In questa dicotomia tra analogico e sintetico, tra quiete e caos, in questa cerimonia esistenziale figlia di una potente spiritualità aliena e duale, Hey What mette in risalto le connessioni tra oscurità e luce della natura umana e l’ineluttabilità della vita stessa. Lo fa costruendo una sorta di nuovo e interessante linguaggio musicale che dalla distorsione fa nascere la melodia e viceversa, all’interno di una elegante e corrosiva danza di opposti infinita. 

(pubblicato su www.xtm.it)

Bombino Feat. Adriano Viterbini Live @ Villa Ada Incontra Il Mondo, Roma 10 luglio 2021

Lo spettacolo andato in scena a Villa Ada lo scorso 10 luglio è stato un incontro di culture, una fusione di chitarre sospese tra le corde polverose del deserto del blues. Bombino e Adriano Viterbini costruiscono sul palco un mondo sonoro altro: ipnotico, caldo e avvolgente. 

Le chitarre attraversano paesaggi ritmici sabbiosi, dune di suoni impregnate di blues, mentre la voce calda di Bombino narra in Tuareg di visioni lontane e di istanti che sembrano quantomai vicini a noi. Il palco scarno, con quattro chitarre e due sedie, viene riempito dalla loro presenza, dal gioco vorticoso di suoni e di virtuosismi che i due sanno sapientemente inanellare. 

Con una selezione di brani originali arrangiati in forma inedita per l’occasione, il sound diviene più sensuale e intimista rispetto alle esibizioni elettriche dei live di Bombino con la sua band, restituendo attimi di pura magia impregnata di rena. Tra intrecci di chitarre acustiche ed elettriche, tra le note di brani come Imuhar, si vivono attimi di irreale e intenso lirismo. 

Il suono diviene così slegato e libero, per un concerto pregno di incantesimi acustici e di inclusione, come il video mandato in onda prima del live, sul progetto di accoglienza SAI AIDA Roma, dedicato ai rifugiati.
Per un paio d’ore la musica ha permesso di vagare altrove, in un tempo sospeso oltre il tempo stesso, all’interno dell’intimità dei suoni capaci di unire e rompere qualunque barriera e confine possibile. 

What good is it to have
Freemen who sleep in this world of suffering
Freemen suffering shows us that times have changed”

(pubblicato su www.xtm.it)

Retrospettiva This is not a love song: The Cure Live @ Le Zénith – Parigi 19/20/21 ottobre 1992

La fotografia dei Cure dei primi anni Novanta è quella di Wish, un album meno oscuro e cupo rispetto al suo predecessore: il capolavoro dark Disintegration (1989). Wish è infatti un disco più marcatamente rock, ricco di chitarre e tastiere, con fresche ventate pop come quelle di “Friday I’m In Love”. Con Wish c’è anche un cambiamento nella formazione: Perry Bamonte sostituirà Roger O’Donnell. Il tour di promozione dell’album segnerà un ulteriore successo per i Cure, consacrando definitivamente la band. 

È proprio durante il “Wish Tour” che i Cure faranno tappa per ben tre date, 19, 20 e 21 ottobre 1992, a Le Zénith di Parigi. In quell’occasione verrà registrato dal vivo l’album Paris, che uscirà poi il 26 ottobre dell’anno successivo. 

Con una scaletta che cambierà di serata in serata, e le solite due/tre ore di live tipiche dei Cure, con diversi encore, i concerti allo Zénith lasciano trasparire un lato fortemente introspettivo ed emozionale della band, complice anche l’affiatamento del pubblico di tutte le età, una scenografia grandiosa e il tripudio di luci sul palco, capaci di ricreare un’atmosfera fatta di vuoti e pieni, ombre e colori. 

La voce di Robert Smith come sempre scava le parole, le viviseziona con rabbia e decadenza, con quella voce a volte spezzata, sgretolata dalle sue stesse intenzioni. Simon Gallup manovra sapientemente il suo basso bianco e nero; la chitarra di Porl Thompson, incide con forza sulle melodie, la new entry Bamonte si alterna tra chitarre e tastiere, mentre la ricchezza ritmica della batteria di Boris Williams, dà un apporto incisivo alle canzoni dal vivo. 

In questa tre giorni di live parigini, traspare la forza ammaliante dei Cure, quella che conserva il crepuscolo e l’alba, le tenebre e la luce, quella che canta l’amore e la morte e che ha affascinato, e affascina tutt’ora, i fan di tutto il Mondo. 

Setlist 19 ottobre
Intro
Tape

Mainset
Open
High
Pictures Of You
Lullaby
Just Like Heaven
Fascination Street
At Night
One Hundred Years
The Big Hand
Dressing Up
Let’s Go To Bed
Friday I’m In Love
Fire In Cairo
In Between Days
From The Edge Of The Deep Green Sea
Never Enough
Cut
End

Encore 1:
Catch
Hot Hot Hot!!!
Why Can’t I Be You

Encore 2:
Three Imaginary Boys
Play For Today
Boys Don’t Cry

Encore 3:
To Wish Impossible Things
A Forest

Setlist 20 ottobre
Intro
Tape

Mainset
Open
High
Pictures Of You
Lullaby
Just Like Heaven
Fascination Street
A Night Like This
Trust
Charlotte Sometimes
The Walk
Let’s Go To Bed
Friday I’m In Love
It’s Not You
Inbetween Days
From The Edge Of The Deep Green Sea
Never Enough
Cut
End

Encore 1:
Lovesong
Close To Me

Encore 2:
The Figurehead
In Your House
Boys Don’t Cry

Encore 3:
Dressing Up
A Strange Day
Faith

Setlist 21 ottobre

Intro
Tape

Mainset
Shake Dog Shake
High
Pictures Of You
Lullaby
Just Like Heaven
The Big Hand
One Hundred Years
Apart
A Letter To Elise
Doing The Unstuck
Let’s Go To Bed
Friday I’m In Love
Inbetween Days
From The Edge Of The Deep Green Sea
Never Enough
Cut
End

Encore 1:
Catch
Close To Me
Why Can’t I Be You

Encore 2:
M
Primary
Boys Don’t Cry

Encore 3:
A Forest
Forever

(pubblicato su www.xtm.it)

Retrospettiva This is not a love song: Fugazi live @ in front of White House – Lafayette Park – Washington (DC) – USA – 12 gennaio 1991

Se si volge lo sguardo alla scena musicale Anni Novanta di Washington (DC) non si può prescindere dal parlare dei Fugazi. I Fugazi (Ian MacKaye, Guy Picciotto, Joe Lally e Brendan Canty) non erano soltanto i pionieri di un genere, di quel post hardcore, di quella furia più elaborata e intransigente, che fu di ispirazione per molte band a venire. Rappresentavano anche, e soprattuto, uno stile di vita, un’indole culturale ben precisa. Portabandiera dell’ideale DIY (Do It Yourself), i Fugazi, svilupparono una vera e propria “sottocultura” musicale che si esprimeva attraverso l’assenza di merchindise ai concerti, live a prezzi molto bassi, inferiori ai dieci dollari, o gratuiti, eventi in location non convenzionali. MacKaye e Picciotto inoltre, costellavano i testi dei Fugazi di numerose intenzioni socio-politiche: dal patriottismo alla lotta al consumismo, dall’Aids alle molestie sessuali, dalla gentrificazione alla progressiva militarizzazione della polizia americana.

È proprio in questo contesto che va a inserirsi lo storico concerto del 12 gennaio del 1991 al Lafayette Park, proprio di fronte alla Casa Bianca. Un evento che nasce in concomitanza con il profilarsi della prima guerra del Golfo e viene alla luce come atto di protesta nei confronti di quel conflitto e delle attività illegali perpetrate dal governo degli Stati Uniti in quel contesto. I Fugazi sono sul sommesso palco di legno realizzato per l’occasione, letteralmente circondati da un pubblico di 3000 persone. Intanto la polizia circonda il perimetro del luogo del concerto e i tiratori scelti scrutano dai piani alti della Casa Bianca ciò che accade. Profetico è poi lo striscione che campeggia dietro le loro teste:
“There will be 2 wars”

e le parole di MacKaye:

“Per me è inconcepibile … che con miliardi di dollari spesi in Medio Oriente non possiamo spendere di più per le persone che muoiono per le strade qui! Mentre questo paese inizia a ripiegarsi su sé stesso economicamente, ci lanciamo in un’altra guerra per distogliere l’attenzione della gente dai problemi qui in America “

La scaletta è piuttosto breve, sono solo dodici i pezzi, per circa quarantasette minuti di live. Di questi: quattro brani ben selezionati per adattarsi allo scopo dell’occasione sono tratti dall’album (allora imminente) Steady Diet of Nothing, sei da Repeater e due canzoni dall’EP Margin Walker. Molti brani subiscono sottili variazioni liriche create ad hoc per l’occasione, come nel caso di “Long Division” in cui MacKaye aggiunge: “Se George Bush vuole un’America, è meglio che se ne vada dagli affari del petrolio e della guerra”

Anche la storica “Repeater” viene introdotta da Ian MacKaye con queste parole: “sembra che ci siamo abituati alle centinaia di persone che sono morte qui, spero che non potremo mai abituarci alle decine di migliaia che potrebbero morire nel Medio Oriente”, mentre il pubblico presente conta “1 2 3” cantandone il ritornello. Lo stridio disperato del brano sembra così essere una sorta di esortazione a tenere il conto dei possibili morti. 

In quel luogo, dal clima freddo, la folla infuriava, unita dal sacro fuoco della musica, sostenendo una causa importante, tra stage diving e pogo funesto. Il concerto si svolse comunque senza incidenti. 

L’importanza musicale di questo evento va di pari passo con la portata politica dello stesso e come tale va ricordato. In un contesto odierno spesso svuotato di ideali, questo live ci ricorda quanto la musica possa essere rilevante per smuovere le coscienze e ci rammenta quanto sia enorme l’apporto musicale che i Fugazi hanno dato alla musica stessa. 

Setlist

Brendan #1
Merchandise
Reclamation
Turnover
And the Same
Dear Justice Letter
KYEO
Long Division
Blueprint
Two Beats Off
Repeater

(pubblicato su www.xtm.it)

Retrospettiva This is not a love song Pink Floyd Live @ Piazza San Marco – Venezia, 15 luglio 1989

Il concerto dei Pink Floyd a Piazza San Marco a Venezia del 15 luglio 1989 è forse uno degli eventi più spettacolari e, allo stesso tempo, controversi della storia dei live italiani. I Pink Floyd del 1989 erano quelli di A Momentary Lapse of Reason (1987), orfani di Roger Waters dal 1985, reduci da beghe legali con lo stesso per l’utilizzo del nome originale della band. Tra il 1987 e il 1989 il gruppo aveva intrapreso un tour che aveva già fatto tappa in Italia con diverse date: una a Monza, due a Livorno, due a Cava dei Tirreni, tre all’Arena di Verona. 

Francesco “Fran” Tomasi, promoter italiano di stanza a Venezia, si era già occupato degli altri concerti italiani dei Pink Floyd. Propose alla band di fare un concerto gratuito, come tappa conclusiva del tour, proprio nella città veneta. La sua idea iniziale era quella di allestire il palco sull’Isola della Giudecca. Per problemi di spazio poi si pensò di cambiare location e di orientarsi verso Piazza San Marco. I Pink Floyd accettarono entusiasti la proposta, decidendo di pagare anche i costi extra dell’evento. 

Il concerto avvenne il 15 luglio, nel giorno del Redentore, e si svolse su una immensa chiatta galleggiante, fatta giungere da Trieste con dei rimorchiatori e ancorata nello specchio d’acqua di fronte Piazza San Marco, alla presenza di circa 200 mila persone e con un mixer collegato con cavi sottomarini a una profondità di 35 metri. Secondo i notiziari dell’epoca la chiatta su cui fu allestito il palco dei Pink Floyd misurava 97 metri in lunghezza, 27 in larghezza e 24 in altezza. L’evento venne anche trasmesso in Mondovisione dalla Rai e visto da 100 milioni di telespettatori. Per motivi di salvaguardia del patrimonio artistico, il Comune di Venezia, su suggerimento della Soprintendenza per i Beni Culturali, impose di limitare il volume del concerto a 60 decibel. Lo spettacolo invece durò solo 90 minuti, con soltanto 14 brani rispetto ai 23 previsti, per esigenze televisive legate alla trasmissione via satellite. 


La line up era la seguente: David Gilmour, chitarra e voce; Richard Wright, tastiere e voce; Nick Mason, batteria e percussioni; Jon Carin, tastiere, sintetizzatori e voce; Tim Renwick, chitarra; Guy Pratt, basso e voce; Scott Page, sassofoni; Gary Wallis, percussioni; Rachel Fury, Durga McBroom e Lorelei McBroom, coro. Il live cominciò puntuale alle 21 e 45. I Pink Floyd salirono sul palco uno alla volta scortati dalle note di “Shine On You Crazy Diamond”, tra immagini caleidoscopiche proiettate sul maxischermo, laser e luci. Tra i brani in scaletta ci furono “Time”, “Money”, “The Great Gig in the Sky” e “Wish You Were Here”, cantata all’unisono dal pubblico presente situato su centinaia di imbarcazioni, riempendo l’intera laguna. Il concerto finì esattamente qualche secondo prima dell’inizio dei tradizionali fuochi pirotecnici del Redentore.

Come abbiamo affermato all’inizio, il live dei Pink Floyd a Venezia fu anche un evento molto discusso. Ci furono polemiche di natura organizzativa legate alla mancanza di bagni chimici, a inadeguati servizi di assistenza, di servizi d’ordine e di transenne. Si verificarono problemi legati alle condizioni della città, con annesso problema di rifiuti, dopo il concerto. Ci furono infine aspre e accese discussioni politiche, sia prima che dopo il concerto, che durarono anni. 

A dare un quadro generale sull’evento, ecco il commento di David Gilmour a fine concerto:
«Lo spettacolo di Venezia è stato molto divertente, ma molto teso e snervante. Avevamo una durata specifica dello spettacolo da fare; la trasmissione via satellite ci ha obbligato ad avere un programma assolutamente preciso. Avevamo l’elenco delle canzoni e le avevamo accorciate, cosa che non avevamo mai fatto prima. Avevo un grande orologio digitale rosso sul pavimento di fronte a me e l’ora di inizio di ogni canzone scritta su un pezzo di carta. Se ci stavamo avvicinando all’ora di inizio della canzone successiva dovevo solo chiudere quella che stavamo suonando. Ci siamo divertiti molto, ma le autorità cittadine che avevano accettato di fornire i servizi di sicurezza, i servizi igienici e il cibo hanno completamente rinnegato tutto quello che dovevano fare e poi hanno cercato di incolpare noi di tutti i problemi successivi».

Al di là delle controversie e dei problemi di natura organizzativa, il concerto dei Pink Floyd a Venezia del 15 luglio 1989 resta comunque un evento unico nel suo genere, qualcosa di suggestivo, indimenticabile e grandioso, soprattutto per chi lo ha vissuto in prima persona. 

Scaletta:
Shine On You Crazy Diamond (Part I-V)
Learnint to Fly
Yet Another Movie
Round and Around
Sorrow
The Dogs of War
On the Turning Away
Time
The Great Gig in the Sky
Wish You Were Here
Money
Another Brick in the Wall (Part 2)
Comfortably Numb
Run Like Hell

(pubblicato su www.xtm.it)

Balmorhea – The Wind

La musica dei texani Balmorhea è un universo di pennellate minimali, un mondo fatto di silenzi sonori colmati evocando sterminati spazi naturali. The Wind è l’ultimo capitolo del loro cosmo sonoro. In esso le landscapes acustiche danzano tra le partiture di archi, fiati e pianoforte, e la natura prende vita con forza nella quiete degli strumenti. Il disco, che trae ispirazione da un racconto medievale in cui un santo trasporta il vento in una vallata senza aria e dagli appunti dell’attivista Greta Thunberg scritti durante la sua traversata attraverso l’Atlantico, si muove lungo la linea ormai consolidata della loro modern classical music. In questa forma classica, delicata e avvolgente, la band riesce sempre a dare un tocco di contemporaneità elegante e raffinata, puntellando i brani con leggerissime, quasi impercettibili, spruzzate di elettronica. 

I brani sembrano costruire un Yin e Yang ideale, a partire dal bianco di Day Dawns In Your Right Eyes fino al nero di Night Falls In Your Left, mentre Lili Cuzor legge gli Otia Imperialia di Gervase di Tilbury. Nel mezzo dialogano tra loro gli altri pezzi, in una sorta di visione meditativa universale, in un susseguirsi di suoni evanescenti e incorporei. Ci sono i contrappunti pianistici di Rose In Abstract, il clarinetto di Le Vagabonde, gli arpeggi di Landlessness e  Ne Plus Ultra, e il lirismo di Lisa Morgenstern in The Myth.

In The Wind la natura si accende svelando la sua forza e le sue fragilità, e l’ambiente diviene un tutt’uno con i suoi suoni più puri. Non sempre sono necessari il rumore e la carica dirompente dei suoni per generare perle musicali. I Balmorheaci riescono benissimo in questo The Wind. Lo fanno restituendo un disco suggestivo, etereo e poetico, che sa di vento e di pace, di quiete e di tempesta, conservando la grande intensità racchiusa nella meditazione naturale e immateriale del silenzio. 

(pubblicato su www.xtm.it)

Alex Henry Foster: “La musica è una porta aperta su ciò che è intangibile nella nostra vita”

La musica di Alex Henry Foster è come un intenso viaggio nei meandri dell’animo umano. I suoi testi scandagliano visioni personali, esplorando le oscurità e i punti di luce dell’esistenza. In questo itinerario intimo e profondo, il suo punto di vista diviene ottica collettiva, mentre i suoni evocano sensazioni che abbracciano sonorità plurime vicine a Nick Cave, ai Sonic Youth, ai Radiohead e ai Mogwai. Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Alex, per farci svelare qualcosa in più sul suo universo sonoro, a partire dal suo disco d’esordio “Windows in the Sky”, passando per la sua attenzione nei confronti dei diritti umani, le sue canzoni, il suo viaggio Marocco, fino ad arrivare all’ultimo disco “Standing Under Bright Lights”, un album live realizzato durante il Montreal International Jazz Festival. 

Buona lettura!

Ciao Alex, benvenuto sulle pagine di Extra! Music Magazine. 

Come stai? Come stai affrontando questo ormai lungo, quasi interminabile, periodo di pandemia?

Prima di tutto, voglio ringraziarvi per il privilegio che mi state offrendo. So quanto sia stato un periodo di crisi terribile per voi, amici miei in Italia, quindi il mio cuore e le mie preghiere vanno alle persone che hanno perso i propri cari o che sono state colpite dalla pandemia in qualche modo. Dico sul serio; questa situazione ci ricorda quanto siano fragili le nostre vite, ma anche quanto siano preziose e potenti le nostre connessioni con gli altri. Ci ricorda cosa significa essere umani.

Quanto a me, sono grato di essere una delle persone più fortunate. Non ho dovuto affrontare l’orribile realtà che ha colpito così tante persone negli ultimi 12 mesi o poco più. Sono rimasto deluso di perdere la mia tanto attesa prima visita in Italia, ma so che presto sarò con voi. Sto quindi imparando la difficilissima virtù della pazienza, lavorando su un libro che uscirà in autunno e prendendomi un po’ di tempo per riposarmi emotivamente, cosa che mi risulta un po’ più facile considerando che vivo con i miei due cani, Leonard e MacKaye, in cima a una montagna circondata da boschi maestosi, con animali selvatici di ogni sorta come unici vicini,passando dai feedback della chitarra e dell’orchestra ad altri rumori. Ci sono abituato!

Prima di dedicarci alla musica, so che tu sei molto attento alle questioni sociali e sei un fervente sostenitore dei diritti umani. In che modo la vivi e come ti poni nei confronti di questi temi sempre molto attuali e spesso dimenticati da molti?

Ero un attivista, in prima linea in ogni causa. Ma mi sono reso conto che stavo solo servendo la mia inesauribile propensione per un interesse personale e per scopi egoistici. Non è facile rendersi conto che forse non sei la «brava persona» che volevi credere di essere e che volevi che gli altri vedessero…ma una cosa era chiara fin dall’inizio: quanto fossi profondamente commosso dall’ingiustizia, quanto potessi essere premuroso verso gli altri…E ho iniziato a prestare attenzione alle persone, al di là di me stesso e del mio desiderio di combattere il potere. Ho iniziato ad accogliere gli altri invece di attirare persone, il che è molto diverso per me. Accogliere vuol dire offrire agli altri e a sé stessi il dono più prezioso di tutti: chi sei onestamente, senza timore di essere giudicati od ostracizzati. L’accoglienza offre anche la favolosa opportunità di comunicare e creare qualcosa di nuovo. Attirare, d’altra parte, riguarda te stesso e permettere agli altri di connettersi con te, si aggiunge a ciò che già esiste. Non è sbagliato o negativo, ma non crea nulla di nuovo. Questo è il mio modo di fare ora: essere più disponibile verso gli altri, pur restando parte attiva di un punto di vista collettivo globale.

Credi che questa pandemia possa essere utile all’umanità a comprendere più in profondità le disuguaglianze sociali e magari a rendere ogni singolo individuo più solidale e, in un certo senso, più umano?

E’ una domanda che faccio a tutti quelli che incontro. Non crederai a quanto speri che sia così. Ma anche se sto imparando a essere più ottimista e sono sempre stato un idealista ingenuo, è una risposta molto difficile da dare. Dobbiamo considerare la storia dell’umanità… così tante guerre da cui imparare, così tante tragedie da cui essere trasformati. Ma la natura umana tende a cercare sé stessa, anche in un contesto comunitario. Comincia dalla resilienza per andare contro quel flusso naturale. Trovo facile dire agli altri cosa fare e come farlo finché qualcuno non inizia a dirmi cosa fare e come farlo… allora, sono un po’ meno collaborativo. Voglio credere che il Mondo sarà più aperto e premuroso, ma l’unica cosa che posso dirti con certezza è che voglio essere una persona migliore, un fratello migliore, un amico migliore, una persona migliore. E anche se spesso non riesco a mantenere quella determinazione e quell’impegno feroce, mi piace pensare che tutto inizi sempre con l’essere onesto con me stesso.

Il tuo primo album solista s’intitola  “Windows in the Sky”, un titolo molto suggestivo, che sembra evocare diversi universi di possibilità e, attraverso i brani, sembra davvero aprire una sorta di spiraglio sull’infinito. Mi racconti un po’ la genesi di questo disco e quali tematiche contiene?

Potrebbe sembrare strano per gli altri, ma sto ancora scoprendo la profondità sempre maggiore del disco, come le sue numerose sfumature che intrecciano i colori, che lo rendono quello che è, e che continuano a espandersi man mano che mi allontano e che permettono a quelle emozioni di crescere oltre l’ispirazione da cui sono nate. È un album che riflette sul dolore, principalmente sulla morte di mio padre, ma anche sulle mie illusioni e sulle mie finzioni, che esplora il concetto di fede liberata dai dogmi restrittivi della religione, che indaga sulle sensazioni sfuggenti che dobbiamo continuamente rigenerare per sentirci vivi o per trovare uno scopo…Qualcuno potrebbe vederlo come una sorta di disco esistenziale di formazione, ma è molto più semplice di qualsiasi domanda posta attraverso quelle canzoni…Si tratta di decidere di lasciar andare ciò che non possiamo comprendere e abbandonarci alla prospettiva liberatrice del non dover sapere tutto per sentirci veramente vivi.  Questa è la risposta breve. Te l’ho detto, sto lavorando ad un libro!

Hai deciso di lavorare a questo album in Marocco. Come mai hai scelto proprio il Marocco?

All’epoca non avevo intenzione di fare nessun album, quindi forse questo spiega perché mi sono avvicinato istintivamente a Tangeri. Non c’era nessun tipo di aspettativa personale. Sapevo di dovermi prendere un momento di pausa dall’essere in costante movimento. Dopo aver guidato la band alternative Your Favorite Enemies per circa 10 anni e aver passato la maggior parte del mio tempo tra tour, studio e altri progetti creativi, ero incredibilmente stanco, ma non volevo ammettere a me stesso che stavo attraversando un periodo di esaurimento e che mi trovavo nel bel mezzo di una profonda depressione. Andare in Marocco è stata più una disintossicazione emotiva per me ed è  per questo non volevo andare in nessun’altra parte del Mondo. A Tangeri non conoscevo nessuno, né conoscevo bene la scena artistica, quindi non sarei stato in grado di nascondere il mio stato d’animo e di continuare a fingere che andasse tutto bene, tenendomi impegnato con gli amici.

Doveva essere un periodo rigenerante di due mesi..si è rivelata poi un’introspezione di due anni che alla fine è diventata Windows in the Sky”.  Anche allora, è stato solo l’inizio di ciò che alla fine mi ha portato a dove sono oggi… non del tutto libero dall’oscurità emotiva con cui devo combattere ogni giorno. Potrei non essere mai completamente libero da – ma abbastanza onesto con me stesso per affrontare i miei problemi piuttosto che diventare il prodotto delle mie smentite.

Il 16 aprile è uscito “Standing Under Bright Lights”, un album live realizzato durante il Montreal International Jazz Festival. Come nasce l’idea di questo album?

Tutto il merito va a Laurent Saulnier, vice-presidente della programmazione del Montreal International Jazz Festival, che non solo mi ha voluto come uno dei protagonisti del festival, ma che ha dimostrato molta resilienza prima che finalmente accettassi il suo invito. Anche se è stato un grande onore per me essere stato chiamato a dirigere uno dei festival più seguiti, prestigiosi e rinomati, non sapevo se avrei avuto il coraggio di tornare su un palco dopo tre anni di assenza, soprattutto per suonare un album così personale per me…

L’idea di pubblicarlo è arrivata naturalmente, come praticamente tutto ciò in cui sono coinvolto ora…Quel concerto apparentemente unico si è evoluto nel Reeperbahn Festival in Germania, in un bis a Montreal dopo il tutto esaurito del Jazz Festival iniziale, in un soggiorno di tre notti a New York e in un tour europeo di 28 date. Tutti quegli eventi sono stati un segno dopo l’altro, e mi hanno essenzialmente permesso di convalidare i miei sentimenti con ogni passo che stavo facendo, fino a quando non mi è diventato chiaro che non solo volevo continuare il mio percorso creativo, ma, cosa ancora più importante, che ero stato profondamente trasformato in tutto quel processo…

Così, mentre sempre più persone scrivevano per sapere se avevo intenzione di pubblicare il concerto di cui stavano vedendo frammenti su internet, ho deciso di darli un’occhiata. L’intero concerto era stato girato con diverse telecamere e la sorgente sonora era di una qualità impressionante, quindi spettava a me soffermarmi su questo e decidere se ero d’accordo con la pubblicazione di quella che ritenevo la forma più pura e l’incarnazione più spiritualmente infusa che quelle canzoni potessero mai rappresentare. Quella sera, non c’era nessuna intenzione di «intrattenimento», né alcuna dimensione di spettacolo, ma solo un momento comunitario liberato da un’ambizione professionale sfuggente o da una gratificazione personale autocosciente.  Quella notte era molto al di là di me stesso come individuo, ed è per questo che non è stata una mia decisione tenere tutto per me…

Se «Windows in the Sky» era un viaggio introspettivo per trovare la pace in tempi di grande disperazione, «Standing Under Bright Lights» è una celebrazione della vita che sconfigge la paura di abbracciare una vita così… doveva essere condivisa.

In un periodo in cui lo spettacolo dal vivo è praticamente bloccato, cosa ti manca di più della dimensione live?

Credo che non saresti troppo sorpresa se ti dicessi che le persone sono ciò che mi manca di più…le interazioni, la complicità, quei momenti di gioia pura, le lacrime che si condividono, l’essenza invisibile della comunione. Ho la fortuna di soffermarmi su chiunque voglia tuffarsi in un’esperienza così liberatoria con me, il cameratismo di essere in viaggio con i miei amici, le incredibili opportunità che ho di scoprire il mondo attraverso la sua gente…Ecco perché, per me, non c’è nessun concetto di «intrattenimento» coinvolto in tutto questo. C’è solo il privilegio di andare verso gli altri, chiunque essi siano. Questa è la benedizione che mi manca profondamente nella mia vita in questo momento.

Andiamo adesso a fare la “radiografia” di qualche tuo brano. “Winter is coming in” sembra evocare in maniera forte, sia nel sound che nel testo, una specie di inverno dell’anima. Non è così? Quale significato nasconde?

«Inverno dell’anima»… Mi piace l’immaginario coinvolto. Evoca una visione così bella e delicata, ma implica allo stesso tempo la crudele e implacabile realtà della sua natura. Questo è il paradosso che mi piace esplorare quando scrivo. Non c’è una vera bussola che porti al significato centrale del brano, è un viaggio che siamo tutti pronti ad accogliere per definizione. «Winter Is Coming In» ha quel riconoscimento liberatore della vulnerabilità come filo conduttore, una sorta di confessione, di ammissione, un riflessione interiore destinata agli altri, non importa quanto spaventoso possa essere diventare così onesto e trasparente…E se la fine sembra un elogio all’ingenuità, potrebbe trattarsi di abbandonarsi alla luce, diventare tutt’uno con una nuova dimensione di sé che non implica più illusioni e fantasie, un’entità neonata fatta di pezzi luminosi di meraviglia e di libertà ascendente… Ma questo è solo un lato di un’immagine più ampia. Ecco perché è sempre molto al di là delle mie limitate interpretazioni…

“Echoes from the mountain can’t lie

You’re as soft as the wind, you’re as bright as the sky

I can feel it in my soul

His blood as my witness”….questi versi mi hanno colpita particolarmente. Raccontami un po’ della canzone “The Hunter (By the Seaside Window)”.

Il cacciatore è una storia che cresce nel contesto di molte altre storie intrecciate tra loro. Evoca la molteplicità emotiva che ci ha resi ciò che siamo, cacciatori e prede, illusioni e realtà, sogno e assoluto, amore e rifiuto, accettazione e abbandono, invisibile e tangibile… È un riflesso su entrambi i lati della stessa finestra. E’ un viaggio della vita e un’interpretazione dell’aldilà…

Di “The Son Of Hannah” invece che mi dici?

E’ una storia che rappresenta l’immagine che avevo di mio padre. Si tratta della storia dell’Antico Testamento di una donna di nome Anna che piangeva e supplicava Dio di poter concepire un bambino, che nel suo contesto culturale rifletteva un profondo desiderio di trovare il proprio scopo, di contribuire alla sua comunità. La sua devozione era talmente consumata che un profeta di nome Eli la pensò ubriaca, il che sarebbe stato un grande offesa. Lei spiegava perché piangeva così disperatamente. In pratica si sentiva una fallita. Promise di consacrare suo figlio al Tempio se il suo desiderio si fosse esaudito. Accadde e lei mantenne la promessa, non sapendo che suo figlio sarebbe stato uno dei re più importanti a governare il paese anni dopo, mentre i figli del profeta erano disgrazie ingrate…

Ciò che mi ha colpito in quella storia non erano tanto i personaggi coinvolti, quanto il contesto sociale e i diversi esiti. Mio padre si è sentito perso per gran parte della sua vita, andando alla deriva da un posto all’altro, alcolizzato e depresso. Cercava risposte in ogni possibile filosofia e credenza, dal potere dei cristalli a tutti i tipi di studi esoterici. Stava cercando qualcosa di più grande di lui, voleva trovare il suo scopo, che alla fine ha trovato nel cristianesimo protestante. Ha visto la sua vita trasformarsi radicalmente da quel momento in poi. Che sia razionale o no, il suo pianto disperato ebbe una risposta. Dedicò la sua vita in seguito a ciò a cui non aveva mai prestato molta attenzione prima: la moglie e il figlio. I figli di Eli rappresentano la sua battaglia costante contro i suoi demoni, un ricordo del suo vecchio sé, in attesa di far riaffiorare in ogni momento il dubbio per portargli via tutto. Sapeva quanto potesse essere distruttivo. Ecco perché disprezzava così tanto la religione, immagino. Conosceva tutti i trucchi magici e non gli piaceva più.

Ho concluso il brano con una sorta di elogio che rifletteva sulla sua nuova vita che ho giustapposto al mio viaggio, alle mie insicurezze, alla mia ricerca, alla mia incredulità e diffidenza, alla mia paura di fallire, di essere rifiutato o di non essere abbastanza amato per quello che sono…Questi parallelismi alla fine sono diventati una cosa sola. È la storia di mio padre, è la mia? Sono io il figlio di Anna o sono uno dei figli di Eli?  Quella canzone è stata il risultato di un’intuitiva lettura avvenuta pochi giorni prima del Festival del Jazz, ed è stata suonata solo due volte dopo quel concerto, quindi ci sto ancora riflettendo… Rispondere a queste domande è un po’ una mappa per comprenderla, in un certo senso, come il fatto che Hannah significa «grazia» in ebraico… che cosa interessante!

La tua musica è stata paragonata a diversi artisti da Nick Cave, ai Sonic Youth passando per i Radiohead e i Mogwai. Tu come la definiresti?

Come un momento puro e onesto che conta davvero solo se sono completamente libero dal mio bisogno eterno di coprire le mie insicurezze con un riconoscimento auto-compensativo… il tutto condito da un sacco di feedback e di rumori che salgono come un andamento orchestrale, ovviamente!

Per concludere la nostra intervista…la musica può essere un mezzo efficace per espiare i propri dolori e le proprie angosce, un modo per attuare una sorta di psicologia dell’anima?

Credo fermamente che sia una porta aperta su ciò che è intangibile nella nostra vita. Per me, è l’unica forma d’arte che ha la capacità di evolversi man mano che cresciamo, di muoverci quando ci sentiamo paralizzati, di toccarci quando abbiamo bisogno di essere abbracciati, di parlarci quando c’è silenzio, di confortarci in tempi di tempesta incontrollabile, e di guarire ferite che non potevamo vedere e sentire il dolore ricorrente… e molto altro! Perché ancora una volta, c’è sempre di più da scoprire quando siamo pronti ad accettare che non tutto deve essere capito o compreso. Almeno, è così che la vedo io e dove mi trovo ora nella mia vita.

Grazie mille Alex per la tua disponibilità, il tuo tempo e la tua musica.

Grazie mille, Ida, le domande erano così interessanti e profonde, è stato un regalo meraviglioso da parte tua, mia cara amica. Spero che tutto abbia un senso per te! Il mio cuore è sempre onesto quando rispondo alle domande…Ecco fin a che punto si trovano le mie riflessioni in questo momento. Mi auguro che sia incoraggiante per la gente e che crei un po’ più di speranza in un momento in cui tutti abbiamo bisogno di più.

Stai al sicuro, amica mia, e ti prego di esprimere la mia gratitudine a tutti coloro che, proprio come te, sono stati così accoglienti nei miei confronti.

Alex

English Version

Interview with Alex Henry Foster:

Music is an open door to what’s intangible in our life

Alex Henry Foster’s music is like an intense journey into the meanders of the human soul.  His texts probe personal visions, exploring the dark and light points of existence.  In this intimate and deep journey, his point of view becomes a collective optic, while the music evokes feelings that embrace multiple sounds close to Nick Cave, Sonic Youth, Radiohead and Mogwai.   We had a long chat with Alex, to reveal something more about his sonic universe, starting with his debut album “Windows in the Sky”, going through his attention to human rights, his songs, his trip to Morocco, up to the latest album “Standing Under Bright Lights”, a live album released during the Montreal International Jazz Festival.

Have a good reading!

Hi Alex, welcome to the pages of Extra! Music Magazine.

How are you? How are you dealing with this long, almost endless, pandemic period?

First of all, I want to thank you all for the privilege you are offering me to share with you, I know just how terrible of a crisis it’s been for you my friends in Italy, so my heart and prayers go to the people who have lost loved ones or have been affected by the pandemic in any way. I mean it; it reminds us of just how fragile our lives are, but also of how precious and empowering our connections with others is. It reminds us of what it means to be human. 

As for me, I’m gratefully part of the most fortunate people. I didn’t have to face the horrifying reality that has affected so many over the last 12 months or so. I was disappointed to miss my highly anticipated first visit to Italy, but I know I’ll be with you guys sometime soon. Therefore, I’m now learning the very difficult virtue of patience by working on a book to be released sometime in the fall and by taking some time to get some emotional rest, which is made a little easier for me considering that I live with my 2 dogs Leonard and MacKaye on top of a mountain surrounded by majestic forests, with all sorts of wild animals as only neighbors. Changes from the guitar feedback and the orchestra of other noises I’m used to!

Before we turning to music, I know you’re very attentive to social issues and a fervent supporter of human rights. How do you live it and how do you approach these issues, that are always very topical and often forgotten by many people?

I used to be an activist, on every cause’s forefront. But I realized that I was only serving my unquenchable taste for personal meaningfulness and self-serving purposes. It’s not easy to realize that you may not be the “good person” you wanted to believe you were and wanted others to see… But one thing that was true all along was how deeply moved I was by injustice, how caring I could be towards others. And I started paying attention to people, beyond myself and my desire to fight the power. I started welcoming others instead of inviting people, which is very different to me. Welcoming means offering others and yourself the most precious gift of all; who you honestly are, without the fear of being judged or ostracized. Welcoming also provides the fabulous opportunity to commune and create something new. Inviting, on the other hand, is about yourself and allowing others to connect with you, it adds up to what already is. It’s not bad or negative, but it doesn’t create anything new whatsoever. So that’s my way now: being more available to others while still being actively part of a collective global standpoint.

Do you think this pandemic period could help humanity to understand more deeply social inequalities and, perhaps, to make each individual more sympathetic and, in a way, more human?

That’s a question I ask everyone I meet. You can’t believe just how much I hope it will be the case. But even if I’m learning to be more optimistic and that I have always been a naive idealist, it’s a very difficult answer to give. We have to consider humanity’s history… So many wars to learn from, so many tragedies to be transformed by. But human nature tends to look for oneself, even in a community context. It starts from our resilience to go against that natural stream. I find it easy to tell others what to do and how to do it until someone starts telling me what to do and how to do it… then, I’m a little less cooperative. I want to believe the world will be more open and caring, but the only thing I can tell you for certain is that I want to be a better person, a better brother, a better friend, a better human. And while I often fail to keep that resilient resolution and fierce commitment, I like to think that it always starts with being honest with myself.

Your first solo album is called “Windows in the Sky”, a very suggestive title, which seems to evoke different universes of possibility and, through the tracks, really seems to open a sort of window on the infinite. Can you tell me a bit about the genesis of this album? Which themes does it contain?

It might be strange for others, but I’m still discovering the ever-growing depth of the record, like the numerous shades entangling the colors that make it what it is and that keeps on expanding as I get out of the way and simply allow those emotions to grow beyond the inspiration they were born from. An album reflecting on grief, mostly about my father’s passing, but also about my illusions and make-believe, that explores the notion of faith when freed from the restrictive dogmas of religion, that looks into the elusive sensations we may need to constantly regenerate to feel alive or to find some purpose… Some might see it as a sort of coming-of-age existential record, but it’s way simpler than any of the questions asked through those songs… It’s about deciding to let go of what we may not comprehend and abandoning ourselves to the liberating perspective that we don’t have to know everything to truly be alive. That is the short answer. I told you, I’m working on a book! 

You decided to work on this album in Morocco. Why Morocco?

I wasn’t planning to do any album whatsoever at the time, so maybe it explains why I kind of intuitively drifted to Tanger. There weren’t any sorts of personal expectations. I knew I had to take a moment off from being in constant motion. After fronting the alternative rock band Your Favorite Enemies for about 10 years and spending most of my time between tours, studio, and other creative projects, I was incredibly tired but didn’t want to admit to myself that I was going through burnout and in the midst of a deep depression. Going to Morocco was more of an emotional detox for me and that’s why I didn’t want to go anywhere else in the world. In Tanger, I didn’t know anybody, nor was I familiar with the art scene, so I wouldn’t be able to hide my state of heart and mind and keep pretending everything was ok by keeping busy with friends.

It was supposed to be a 2-month refresh… It turned out a 2-year introspection that eventually became “Windows in the Sky”. Even then, it was only the beginning of what eventually led me to where I am today… Not totally free from the emotional darkness I need to battle every day – which I have to accept I might never totally be free from – but honest enough with myself to address my issues rather than becoming the product of my own denials.

“Standing Under Bright Lights”, a live album realized during the Montreal International Jazz Festival, was released on April 16th. How did the idea of this album come about?

All the credit goes back to Laurent Saulnier, Montreal International Jazz Festival’s Vice-President of Programming, who not only wanted me as one of the features during the festival but who showed a lot of resilience before I finally accepted his invitation. Even if it was a tremendous honor for me to be asked to headline one of the most looked after, prestigious and renowned festival, I nonetheless didn’t know if I had the courage to go back on a stage after a 3-year absence, especially to perform an album that is so personal to me… 

Laurent’s guidance and constant reaffirming support led me to accept what was intended to be a one-off concert that would be held as a homage to my late father, who strangely enough had passed 5 years before, only 2 days apart. It was supposed to be a sort of memorial shared with family and friends during a festival I used to attend with my father as a kid. So beyond my doubts and insecurities, everything made so much sense that I knew deep down that I had to do that concert no matter how frightened I was to fail others once again…

The idea to release it came naturally, like pretty much everything I’m involved in now… That supposedly one-off concert subsequently turned into being a featured artist Reeperbahn festival in Germany, a Montreal encore following the initial sold-out Jazz Festival, a 3-night residency in New York, and a 28-date European tour. All those events were a defining marker after another, and they essentially allowed me to validate how I was feeling with every step I was taking until it became clear to me that I not only wanted to see my creative journey go on but even more importantly that I’d been intimately transformed in that whole process…

So as more and more people were writing to know if I intended to release the concert they were seeing bits and pieces of over the internet, I decided to look into it. The whole concert had been filmed on multi-cameras and the sound source was impressively high quality, so it was up to me to dwell into it and to decide if I was at peace with releasing what I believed would be the purest form and the most spiritually infused incarnation those songs might ever be. That night, there was no “entertainment” intent nor any spectacle dimension involved, only a communal moment freed from an elusive career ambition or a self-conscious personal gratification. That night was way beyond myself as an individual, and that’s why it wasn’t my decision to keep it all for me…

If “Windows in the Sky” was an introspective voyage about finding peace in time of great despair, “Standing Under Bright Lights” is a celebration of life conquering the fear to embrace such a life… it had to be shared.

At a time when live entertainment is practically stuck, what do you miss most about the live dimension?

I think you wouldn’t be too surprised at this point in our conversation if I said that the people are what I miss most… the interactions, the complicity, those uplifting moments made of pure joy, the tears being shared, the invisible essence of communion I’m blessed to dwell on with anyone willing to dive into such liberating experience with me, the camaraderie of being on road with my friends, the incredible opportunities I have to discover the world through its people… That’s why, for me, there’s no notion of “entertainment” involved in any of it. There’s only the privilege to go towards others, whoever they might be. That’s the benediction that I profoundly lack in my life right now.

Let’s go now to make the “x-ray” of some of your songs. “Winter is coming in” seems to evoke, strongly, both in the sound and in the text, a kind of soul’s winter. It is not so? Which meaning does it hide?

“Soul’s winter”… I like the imagery involved. It evokes such a beautiful and delicate vision, yet it implies the cruel and implacable reality of its nature at the same time. That’s the paradox I like to explore when I write. There’s no real compass leading to the core meaning of the song, it’s a journey we are all welcomed to define. “Winter Is Coming In” has that emancipating acknowledgment of vulnerability as an underlying thread, a sort of confession, of admittance, an inward reflection intended for others to see, no matter how scary it might be to become so honest and transparent. And if the end seems like a eulogy to naivety, it might be about abandoning oneself into the light, becoming one with a new dimension of yourself that no longer implies delusions and fantasies,  a newborn entity made out of bright pieces of wonder and ascending freedom… But that’s only one angle from a wider image. That’s why it’s always way beyond my limited interpretations…

“Echoes from the mountain can’t lie

You’re as soft as the wind, you’re as bright as the sky

I can feel it in my soul

His blood as my witness”….

These verses struck me particularly. Tell me about the song “The Hunter (By the Seaside Window) .

The Hunter is a story the grows within the context of several other intertwined and entangled stories. It evokes the emotional multiplicity that made us who we are, both hunter and prey, illusion and reality, dream and absolute, love and rejection, acceptance and surrendering, invisible and tangible… It’s a reflection on both sides of the same window. It’s a journey of life and an interpretation of the afterlife…

What Do you tell me about the song “The Son Of Hannah”?

It’s a story that represents the image I had of my father. It’s based on the Old Testament story of a woman named Hannah who was weeping and supplicating God to be able to conceive a child, which in her cultural context reflected a profound desire to find her purpose, to contribute to her community. Her devotion was so consumed that a prophet named Eli thought she was drunk, which would have been a great offense. She explained why she was so desperately weeping. She basically felt like a failure. She promised to consecrate her child to the Temple would her desire be granted. It was, and she kept her promise, not knowing that her son would be one of the most important kings to rule over the country years later, while the prophet’s sons were ungrateful disgraces…

What struck me in that story is as much the characters involved, as the social context and different outcomes. My father felt lost most of his life, drifting from a place to another, alcoholic and depressive. He looked for answers in every possible philosophy and belief, from the power of crystals to all sorts of esoteric studies. He was looking for something greater than himself, wanted to find his purpose, which he eventually found in Protestant Christianity. He saw his life transformed radically from the moment on. May it be rational or not, his desperate weeping was answered in a way. He dedicated his life thereafter to what he had never actually paid much attention to before; his wife and his son. Eli’s sons represent his constant battle against his demons, a reminder of his old self, awaiting to resurface at any doubtful instant to take everything away from him. He knew how destructive he could be… that’s why he despised religion so much, I guess. He knew all the magic tricks and wasn’t into that anymore.

I concluded the song with some kind of a eulogy that reflected on that new life of his that I juxtaposed with my voyage, my insecurities, my search, my faithlessness and distrust, my fear of being a failure, of being rejected or not being enough for others to be loved for who I am… Those parallels ultimately became one. Is it my father’s story, is it mine? Am I the son of Hannah or am I one of the sons of Eli? That song has been the result of an intuitive let go only a few days before the Jazz Festival, and it has only been played twice after that specific concert, so I’m still musing about it all… Answering those questions is a bit of a guide map to a great understanding of it, in a way, like the fact that Hannah means “grace” in Hebrew… how interesting!

Your music has been compared to different artists from Nick Cave, to Sonic Youth, passing through Radiohead and Mogwai…but you…how would you define your music?

As a pure and honest moment that only truly matters if I am completely free from my everlasting need to cover my insecurities with self-compensational acknowledgment… all with a lot of feedback noises ascending like an orchestral let go, of course!

To conclude our interview …can music be an effective means to atone for one’s pains and distresses, a way to implement a sort of soul’s psychology?

I absolutely believe that it’s an open door to what’s intangible in our life. For me, it’s the only form of art that has the ability to evolve as we grow, to move us when we feel paralyzed, to touch us when we need to be held, to speak to us when it’s silence, to comfort us in time of uncontrollable storm, and to heal wounds we couldn’t see and only feel the recurring pain of… and so much more! Because again, there’s always more to discover when we are ready to accept that it’s not everything that needs to be understood or comprehended. At least, that’s how I see it and where I am now in my life.

Thank you very much Alex for your availability, your time and your music.

Thank you so much, Ida, the questions were so interesting and profound, it was a wonderful gift from you, my dear friend. I hope it will all make sense to you! My heart is always to be as honest as I can whenever I answer questions… That’s how far I am in my reflection right now. I do wish it will be encouraging for the people and will create a little more hope in a time where we all need more.

Be safe, my friend, and please express my gratitude to everyone who, just like you, has been so welcoming to me.

Alex

(pubblicato su www.xtm.it)

John Carpenter – Lost Themes III: Alive After Death

Accantonata la macchina da presa da circa dieci anni, John Carpenter continua invece a costruire le sue colonne sonore immaginarie. Il regista ha infatti dato alle stampe il terzo capitolo dei Lost Themes. Il progetto era stato avviato nel 2015 e nel 2016 era arrivato Lost Themes II. Ad accompagnarlo in queste lande sonore immaginifiche c’è al piano e ai synth suo figlio Codye alla chitarra elettrica, Daniel Davis (figlio di Dave Davies dei Kinks). 

Lost Themes III: Alive After Death affonda le sue radici su una visione sonora minimale e dall’animo vintage. Il disco conserva infatti una nebbia ritmica che rievoca ambientazioni Settanta/Ottanta, con tappeti sintetici che abbracciano digressioni prog. In questo flusso di coscienza strumentale, l’elettronica si fonde a un rock oscuro, i synth modulari duellano con la robustezza delle chitarre, restituendo attimi sonori dal cuore vespertino. 

Il classicismo carpenteriano appare già dall’opener Alive After Death e prosegue con i fantasmi proto-punk di Weeping Ghost e Skeleton. Allucinazioni sinistre campeggiano in Dripping Blood e Dead Eyes, mentre Vampire’s Touch appare desolata e nebulosa. L’elettronica più aliena fa capolino in  Cemetery e un incedere sontuoso e oscuro tratteggia il ritmo della conclusiva Carpathian Darkness.

Carpenter riesce ancora una volta a edificare intensi universi paralleli, colonne sonore astratte, incubi notturni, sogni minimali ad occhi aperti per visioni sonore ancora tutte da esplorare. 

(pubblicato su www.xtm.it)

God Is An Astronaut – Ghost Tapes #10

Attivi dal 2002, una carriera quasi ventennale alle spalle, i God Is An Astronaut tornano con il loro decimo album in studio. 

Ghost Tapes #10 è un vortice strumentale che viaggia tra sonorità granitiche e cupe e feroci orchestrazioni sonore, senza disdegnare piccole pennellate dal carattere più morbido ed etereo. Quello dei God Is An Astronaut è un suono in continua evoluzione, che, pur conservando la landa di matrice post-rock, di cui la band è sempre stata portavoce con tutte le sue sfumature distintive, in questo album giunge a lambire territori più distorti e rocciosi. Il sogno timbrico diviene così visione sonora più oscura, allucinazione violenta su derive post metal. 

Adrift è un uragano di note che irrompe con aggressività sull’ascoltatore, lasciando poi il posto alle nubi ritmiche di Burial, tra oasi di distensione pianistica e abrasioni stilistiche. In Flux racchiude tutta la tensione violenta e aliena di un vortice sintetico. Fade è un tappeto noise incendiario, mentre Barren Trees segue le linee guida del più classico post-rock. Chiude il sogno ambient, trasparente e immateriale, di Luminous Waves

I God is An Astronaut di Ghost Tapes #10 esplorano con cura minuziosa infinite varianti sonore, intrecciano con stile la violenza ritmica più ossessiva a sprazzi di melodia onirica. Travolgono l’ascoltatore con un’attitudine intensa ed evocativa. Ghost Tapes #10 è una peregrinazione sonora profonda che nel greve abisso del suono, tra le derive desolate della mente, scorge la bellezza leggera di tutta la sua carica emotiva. 

(pubblicato su www.xtm.it)